Il Monumento Equestre a Vittorio Emanuele II a Bologna: Genealogia Politica, Controversie Estetiche e la Traslazione del 1944
L'Inaugurazione del 1888 e la Gestazione dell'Opera nel Quadro dell'Esposizione Emiliana
L'inaugurazione del monumento equestre dedicato a Vittorio Emanuele II, celebrata a Bologna il 12 giugno 1888, si colloca al centro di un complesso progetto di ridefinizione dell'identità civica e monumentale della città post-unitaria. A un decennio dalla morte del sovrano, celebrato dalla pubblicistica risorgimentale come il "primo soldato dell'indipendenza", la municipalità bolognese promosse la costruzione di un'opera celebrativa destinata a occupare il cuore simbolico e politico dello spazio cittadino. L'evento solenne fu deliberatamente inserito nel ricco palinsesto delle celebrazioni per la Grande Esposizione Emiliana, inaugurata nel maggio del 1888 per mostrare a livello nazionale i progressi industriali, agricoli e artistici compiuti dalla regione.
La commissione del gruppo bronzeo venne affidata allo scultore Giulio Monteverde (1837–1917), figura di primo piano della scultura italiana dell'Ottocento e autore di importanti monumenti celebrativi e complessi funerari di fama internazionale. Il modello in gesso, approntato dall'artista nel 1884, raffigurava il monarca in tenuta militare nell'atto di fermare e domare la propria montatura con un gesto dinamico ed energico. L'esecuzione dell'imponente basamento e del piedistallo in granito rosso di Baveno, minuziosamente lucidato a specchio, fu affidata alla storicamente affermata ditta bolognese Davide Venturi & Figlio, fondata nel 1840 e già nota per numerosi interventi d'arte decorativa e funeraria presso la Certosa cittadina.
Per accogliere degnamente l'opera monarchica, l'amministrazione comunale promosse un profondo intervento di riconfigurazione di Piazza Maggiore, intitolata proprio a Vittorio Emanuele II fin dal 1859, che previse la stesura di una nuova pavimentazione concepita per valorizzare la visuale del gruppo scultoreo. L'operazione mirava a convertire il cuore medievale della città in un palcoscenico per la retorica statale sabauda, sovrapponendo l'iconografia dinastica alle stratificazioni architettoniche dell'antico comune e del potere papale.
La Collocazione in Piazza Maggiore e la Polemica Prospettico-Architettonica
Fin dalla fase concettuale, l'insediamento del gruppo plastico in Piazza Maggiore fu accompagnato da vivaci polemiche artistiche che coinvolsero la cittadinanza, la stampa satirica e autorevoli storici dell'arte dell'epoca. Le prime perplessità riguardarono le caratteristiche figurative del modello gessoso esposto al pubblico. Come ricordato dalle testimonianze del drammaturgo e poeta bolognese Alfredo Testoni, l'accoglienza critica riservata alla prima versione del cavallo fu contrassegnata da severe riserve anatomiche, al punto da costringere Monteverde a modificare sostanzialmente il bozzetto originario e a rimodellare la coda dell'animale per conferire maggiore vigore plastico e dinamismo alla composizione.
Tuttavia, il piano concettualmente più critico del dibattito non riguardò semplicemente l'intrinseca qualità formale della scultura, bensì il suo inserimento nello spazio cavo della piazza storica. L'imponente ingombro volumetrico del monumento, posizionato al centro esatto della platea cittadina, determinò un'evidente alterazione degli equilibri geometrici e visivi sedimentatisi nel corso dei secoli. Il principale teorico della contestazione fu lo storico dell'arte Corrado Ricci, il quale rimarcò a più riprese come la mole della statua e del suo basamento finisse inevitabilmente per "diminuire prospetticamente la stupenda vastità" di Piazza Maggiore, interrompendo le direttrici ottiche e l'armonia di raccordo tra le facciate di Palazzo d'Accursio, Palazzo dei Notai, Palazzo del Podestà e la Basilica di San Petronio.
L'opera verista di Monteverde costituiva una cesura stilistica ed ecologica rispetto alla matrice architettonica circostante. La statua sabauda finì così per rappresentare un elemento di permanente tensione formale, evidenziando il contrasto tra l'esigenza di monumentalizzazione dell'Italia unita e il rispetto delle proporzioni urbanistiche ereditate dalla storia tardo-medievale e rinascimentale della città.
Il 1944: La Decostruzione Ideologica e la Riconversione Spaziale verso i Giardini Margherita
La presenza del gruppo equestre nel temeno di Piazza Maggiore durò esattamente cinquantasei anni, interrompendosi bruscamente durante la seconda guerra mondiale. Il 19 marzo 1944, in pieno conflitto, l'amministrazione fascista della Repubblica Sociale Italiana dispose ed eseguì la rimozione coatta della statua dal centro cittadino.
Tale decisione non trasse origine da un tardivo ravvedimento in merito alle proporzioni architettoniche della piazza, bensì da precise motivazioni di carattere politico e ideologico. A seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e della fuga di re Vittorio Emanuele III, i repubblichini di Salò avviarono un'ampia campagna di eliminazione dei simboli sabaudi dallo spazio pubblico, applicando una rigorosa damnatio memoriae contro la Casa Regnante, considerata responsabile del "tradimento" politico e militare. Il monumento al re "galantuomo", eretto nel 1888 come emblema dell'unità nazionale, divenne il bersaglio visivo del risentimento repubblichino.
Il gruppo bronzeo e il basamento in granito redatto dalla ditta Venturi vennero smontati e trasferiti fuori dalla cinta muraria storica, troando un nuovo insediamento presso l'ingresso di Porta Santo Stefano ai Giardini Margherita, il grande parco pubblico inaugurato nel 1879. Se per la dirigenza della RSI l'operazione rappresentava la punizione politica di un simbolo monarchico sgradito, per la struttura urbanistica del centro storico si trattò della risoluzione inaspettata di un'annosa questione di ingombro visivo.
Dal "Monumento all'Erba" alla Risemantizzazione Storica nella Cultura Bolognese
La ricollocazione dell'opera all'interno dei Giardini Margherita provocò una completa ridefinizione della sua valenza percettiva e simbolica. Estraniata dall'austera cornice istituzionale di Piazza Maggiore, la figura del cavallo in impennata si integrò nel paesaggio naturale ed eclettico del parco. L'arguzia popolare bolognese recepì prontamente questo mutamento scenografico, ribattezzando la scultura "il monumento all'erba", poiché la carica dinamica dell'animale pareva ora trovare la sua naturale prosecuzione tra i prati e gli alberi piuttosto che sul selciato urbano.
Nel turbolento periodo successivo alla Liberazione del 1945, il monumento fu oggetto di ulteriori contestazioni popolari. In un episodio rimasto nella memoria cittadina del dopoguerra, la statua venne ricoperta da una vasta montagna di letame, gesto denigratorio rivolto alla dinastia sabauda come condanna per la condotta tenuta durante il ventennio fascista e gli anni della guerra.
Sotto il profilo dell'analisi storico-artistica, lo spostamento dell'opera ha trovato un'esegesi incisiva nella valutazione espressa dallo storico dell'arte Eugenio Riccòmini. Lo studioso ha sottolineato come la collocazione originaria in Piazza Maggiore fosse urbanisticamente errata, rilevando con sottile ironia come l'unico merito dell'amministrazione della Repubblica di Salò sia stato proprio quello di rimuovere la statua nel 1944, consentendo a quel cavallo di andare a galoppare nel contesto ambientale ad esso più idoneo, ovvero i prati dei Giardini Margherita.
Analisi Comparativa delle Fasi Storiche e della Ricezione dell'Opera
| Ambito di Analisi | Fase Originaria: Piazza Maggiore (1888–1944) | Fase Attuale: Giardini Margherita (1944–Presente) |
| Matrice Politica |
Consolidamento dell'identità statale sabauda ed esaltazione del Risorgimento. |
Damnatio memoriae fascista (RSI) e successiva integrazione nello spazio ricreativo repubblicano. |
| Assetto Urbanistico |
Collocazione baricentrica nell'invaso medievale e rinascimentale del centro cittadino. |
Inserimento paesaggistico presso l'accesso di Porta Santo Stefano al parco pubblico. |
| Critica Artistica |
Contestazione della scala prospettica e riduzione della vastità percepita della piazza (Corrado Ricci). |
Valutazione positiva per il recupero delle proporzioni urbane centrali (Eugenio Riccòmini). |
| Ricezione Popolare |
Rimodellamento del bozzetto a seguito delle polemiche sulla resa anatomica della coda (Alfredo Testoni). |
Risemantizzazione ironica come "monumento all'erba" ed episodio di protesta con il letame nel dopoguerra. |
| Esecutori Tecnici |
Modellato bronzeo di Giulio Monteverde; basamento in granito rosso della Ditta Davide Venturi & Figlio. |
Conservazione integrale della struttura bronzea e del piedistallo in granito nel nuovo contesto verde. |
Conclusioni
La vicenda storica e conservativa del monumento a Vittorio Emanuele II offre un punto di osservazione privilegiato per comprendere le dinamiche di sovrapposizione tra ideologia politica, estetica scultorea e trasformazione dello spazio urbano a Bologna. L'inaugurazione del 1888 manifestò la volontà della classe dirigente liberale di improntare il cuore della città antica ai valori dello Stato unitario, pur a costo di generare evidenti incongruenze prospettiche denunciate con lucidità dalla critica d'arte dell'epoca.
Il successivo trasferimento del 1944, sebbene scaturito da motivi di rivalsa politica ideologica durante la Repubblica Sociale Italiana, ha prodotto un esito urbanistico inaspettatamente virtuoso. Riconducendo Piazza Maggiore alla sua originaria ampiezza e vacuità monumentale, la rimozione della statua ha consentito al gruppo scultoreo di Giulio Monteverde di trovare una dimensione scenografica coerente all'interno dei Giardini Margherita, trasformando un controverso simbolo politico in un elemento storicizzato del patrimonio verde cittadino.