I due attentati gappisti all'Hotel Baglioni del 1944: Dinamiche tattiche, ritorsioni nazifasciste e memoria della Resistenza bolognese
L'Hotel Baglioni come simbolo architettonico e avamposto dell'occupazione
Nel panorama urbano di Bologna, l’Hotel Baglioni – noto in epoca contemporanea come Grand Hotel Majestic già Baglioni – costituisce non solo un vertice dell’eccellenza monumentale cittadina, ma anche un complesso palinsesto storico . Realizzato su progetto dell’architetto Alfonso Torreggiani nel 1740 per volontà del cardinale Prospero Lambertini (successivamente elevato al soglio pontificio come Papa Benedetto XIV), l'edificio sorse originariamente per ospitare il Seminario Arcivescovile, consacrato nel 1751. La struttura inglobò porzioni significative del rinascimentale Palazzo Fava, affacciato su via Manzoni, condividendo al piano nobile il celebre "Camerino d’Europa", decorato con il ciclo di affreschi sulle Storie d’Europa eseguiti alla fine del Cinquecento dai fratelli Annibale, Agostino e Ludovico Carracci. Al di sotto delle fondamenta dell'albergo è inoltre custodito un tratto di strada romana risalente al I-II secolo d.C., corrispondente a un decumano minore dell'antica Bononia, rinvenuto durante i lavori di restauro della struttura eseguiti nel 1986.
La secolare vocazione artistica e ricettiva dell'edificio subì un mutamento radicale all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Nella notte tra l'8 e il 9 settembre, l'occupazione tedesca di Bologna venne avviata da un contingente militare sotto il comando del tenente della Wehrmacht Theo Kenda. L'albergo venne immediatamente requisito dalle truppe occupanti, divenendo la prima sede ufficiale del Comando Militare Tedesco (Platzkommandantur) . Nel volgere di pochi mesi, l'Hotel Baglioni si consolidò quale fulcro logistico, sede di rappresentanza e ritrovo mondano per i massimi ufficiali delle forze armate tedesche e per i gerarchi della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Questa trasformazione funzionale convertì l’hotel nel simbolo visivo e politico dell’oppressione nazifascista nel cuore storico della città, rendendolo l’obiettivo primario dei piani di sabotaggio della Resistenza locale.
Nell'autunno del 1944, in una fase contrassegnata dall'avvicinamento delle forze alleate e dalla diffusa aspettativa di un'imminente liberazione, il comando del distaccamento "Temporale" della 7ª Brigata GAP (Gruppi di Azione Patriottica) "Gianni Garibaldi" scelse di pianificare una serie di colpi di mano ad alto impatto visivo. L'obiettivo strategico risiedeva nella volontà di minare la sicurezza interna del presidio nemico e di catalizzare il clima insurrezionale all'interno del perimetro urbano bolognese.
Il primo attacco del 29 settembre 1944: Infiltrazione e fallimento dell'innesco
La pianificazione del primo assalto richiese un'articolata attività di ricognizione e infiltrazione tattica. La sera del 29 settembre 1944, i gappisti Claudio De Fenu ("Gravelli"), che indossava per l'occasione un'uniforme da ufficiale dell'esercito, e Lorenzo Ugolini ("Naldi") penetrarono all'interno dell'albergo per eseguire un sopralluogo finale. L'ispezione permise di confermare lo svolgimento, poco dopo la mezzanotte, di un ricevimento ufficiale in onore del maresciallo dei paracadutisti tedeschi Christian Knorr, noto per aver fatto parte del nucleo di militari che aveva liberato Benito Mussolini dal Gran Sasso.
Successivamente all'infiltrazione preliminare, entrò in azione un commando gappista composto da sei combattenti del distaccamento "Temporale":
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Nazzareno Gentilucci, detto "Nerone" (comandante dell'unità);
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Dante Drusiani, detto "Tempesta" o "Gingillino";
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Vincenzo Toffano, detto "Terremoto";
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Evaristo Ferretti, detto "Remor";
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Giorgio Giovagnoni, detto "Crissa";
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Achille Paganelli, detto "Celere".
Tabella 1: Sintesi del personale partigiano coinvolto nel primo attacco (29 settembre 1944)
| Nominativo Partigiano | Nome di Battaglia | Ruolo Operativo nell'Attacco | Destino di Guerra |
| Nazzareno Gentilucci | "Nerone" | Comandante del distaccamento e del commando |
Sopravvissuto; Medaglia d'Argento al Valor Militare |
| Dante Drusiani | "Tempesta" / "Gingillino" |
Posizionamento esplosivi e copertura interna |
Catturato in dicembre; fucilato a Sabbiuno il 14/12/1944 |
| Vincenzo Toffano | "Terremoto" |
Posizionamento esplosivi e ingaggio armato |
Catturato in dicembre; fucilato a Sabbiuno il 14/12/1944 |
| Evaristo Ferretti | "Remor" |
Presidio e neutralizzazione della sorveglianza |
Sopravvissuto al conflitto |
| Giorgio Giovagnoni | "Crissa" |
Supporto logistico e copertura esterna |
Sopravvissuto al conflitto |
| Achille Paganelli | "Celere" |
Supporto logistico e autista del commando |
Sopravvissuto al conflitto |
Secondo le testimonianze di Gentilucci, i gappisti si avvicinarono all'albergo a bordo di un'autovettura verso l'una e mezza di notte. Alcuni membri del commando indossavano uniformi fasciste, mentre Toffano era travestito da militare tedesco. Nonostante la presenza imprevista di due vetture cariche di soldati tedeschi all'esterno, il commando decise di procedere.
Dopo aver neutralizzato la vigilanza all'ingresso, i gappisti introdussero nell'atrio una cassa contenente 90 chilogrammi di tritolo (sebbene le memorie personali di Gentilucci facciano riferimento a una carica da 60 chilogrammi). Il commando attivò l'innesco a tempo, sparse benzina nei locali per favorire l'incendio e aprì il fuoco contro i presenti.
L'azione, tuttavia, non produsse l'effetto distruttivo previsto a causa di un'anomalia tecnica: la bomba a tempo detonò regolarmente, ma l'onda d'urto non si trasmise alla cassa di tritolo principale, e la fretta della ritirata impedì l'accensione della benzina. Nello scontro a fuoco ravvicinato con la guardia tedesca, Toffano riportò una ferita leggera.
Nonostante il mancato crollo dell'edificio, l'attacco provocò la morte di due militi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) – tra cui Sergio Ciabatti – e di due militari tedeschi, incluso il maresciallo Christian Knorr (una seconda vittima tedesca fu successivamente identificata come Gerd Mattles). Rimasero feriti sette presenti, mentre tra le vittime civili figurarono l'agente di Pubblica Sicurezza Salvatore Cibella e la marchesa italiana Maria de Bacci Biondi, colpita a morte mentre alloggiava nell'albergo.
La ritorsione immediata: La fucilazione dei dodici ostaggi il 30 settembre 1944
Le ripercussioni politiche e militari del fallito attentato evidenziarono forti tensioni all'interno dell'apparato di sicurezza nazifascista bolognese. In un rapporto riservato indirizzato al governo repubblicano, il prefetto Fantozzi censurò severamente il comportamento delle guardie italiane, annotando come «nulla è stata la reazione degli agenti del servizio di guardia». L'attacco coincise temporalmente con l'insediamento del nuovo questore di Bologna, Marcello Fabiani, noto per l'estrema durezza dei suoi metodi repressivi. Per minimizzare l'accaduto ed evitare il panico, le autorità omisero la reale collocazione del decesso delle vittime nei registri ufficiali di morte di Bologna, inserendo la dicitura generica di "luogo imprecisato".
La reazione del comando d'occupazione tedesco si tradusse in una brutale rappresaglia. Il 2 ottobre 1944, il quotidiano locale Il Resto del Carlino pubblicò un comunicato ufficiale del Comando della Polizia di Sicurezza (SD) in cui si annunciava la fucilazione immediata di 10 ostaggi italiani. Le ricerche storiche d'archivio hanno tuttavia dimostrato che il numero effettivo delle vittime ammontò a 12 prigionieri, prelevati all'alba del 30 settembre 1944 dal carcere bolognese di San Giovanni in Monte attraverso lo stratagemma burocratico del "finto rilascio" e consegnati direttamente al plotone d'esecuzione tedesco presso il Poligono di tiro di via Agucchi.
Tabella 2: Elenco sistematico dei dodici ostaggi fucilati il 30 settembre 1944
| Nominativo della Vittima | Data e Luogo di Nascita | Profilo e Ruolo nella Resistenza | Circostanze della Cattura |
| Santi Gualtiero ("Tiero") | 21/10/1908, Castello di Serravalle |
Autista; Commissario politico della 36ª Brigata Bianconcini Garibaldi |
Detenuto nel carcere di San Giovanni in Monte |
| Mazzoni Remo | 22/12/1923, Castel Maggiore |
Mezzadro; Sottotenente della 4ª Brigata Venturoli Garibaldi |
Operante e catturato nell'area di San Pietro in Casale |
| Mazzoni Bruno | 08/10/1920, Bentivoglio |
Mezzadro; Sottotenente della 4ª Brigata Venturoli Garibaldi |
Ex militare a Sabaudia, catturato con il fratello Remo |
| Belletti Ernesto | 12/10/1909, San Pietro in Casale |
Bracciante; Militante del battaglione "Cirillo", 4ª Brigata Venturoli |
Attivo a Castel Maggiore, arrestato dalle forze di polizia |
| Gaiba Cesare | 1921, Conselice |
Barbiere; Gappista e addetto alla tipografia clandestina "pedalina" |
Catturato il 10/09/1944 a Villa Serraglio (Massalombarda) |
| Farina Pio | 1922, Conselice |
Operaio; Gappista e addetto alla tipografia clandestina "pedalina" |
Catturato con il gruppo dei tipografi il 10 settembre 1944 |
| Quarantini Giovanni | 1914, Conselice |
Muratore; Gappista e addetto alla tipografia clandestina "pedalina" |
Arrestato nel corso del rastrellamento di Villa Serraglio |
| Totti Egidio | 1914, Conselice |
Contadino; Gappista e addetto alla tipografia clandestina "pedalina" |
Sorpreso dai tedeschi nella tipografia clandestina n. 2 |
| Bagattoni Salvatore | 04/02/1910, Forlì |
Professore di Lettere; Partigiano della 28ª Brigata Garibaldi "M. Gordini" |
Arrestato a Coccolia il 18/09/1944 a seguito di una delazione |
| Pistocchi Giuseppe | Cesena |
Civile; Arrestato in concorso con il professor Bagattoni |
Catturato a Coccolia (Ravenna) il 18 settembre 1944 |
| Soprani Mario | Ravenna |
Partigiano operante nel ravennate |
Arrestato nel centro urbano di Bologna il 27/09/1944 |
| Giuliani Domenico | 22/04/1926, Mercato Saraceno |
Celibe; Partigiano della 29ª Brigata GAP |
Fucilato formalmente la notte del 1° ottobre 1944 |
I quattro tipografi di Conselice (Gaiba, Farina, Quarantini e Totti) svolgevano un faticoso e rischioso compito all'interno dei rifugi sotterranei umidi di Villa Serraglio, dove pompavano costantemente fuori l'acqua per stampare migliaia di volantini antifascisti. Furono sorpresi da un intero battaglione tedesco impegnato in un rastrellamento di rappresaglia, decidendo di uscire allo scoperto per tentare di salvare la tipografia e proteggere i compagni.
Il professor Salvatore Bagattoni, intellettuale e stimato traduttore di greco e latino, era stato licenziato dalla scuola pubblica sotto il regime per essersi rifiutato di rinnovare l'iscrizione al Partito Fascista. Arrestato a Coccolia a causa di una spia locale, subì pesantissime torture nella sede delle SS di via Santa Chiara a Bologna, che ne causarono l'incanutimento completo in pochi giorni, prima della condanna a morte.
Il secondo attacco del 18 ottobre 1944: Dinamiche e distruzione dell'edificio
La parziale incompiutezza del primo assalto non indusse il comando gappista ad abbandonare l'obiettivo. Nazzareno Gentilucci ("Nerone") – descritto nei rapporti del questore come un «uomo intrepido, giustiziere di ogni misfatto fascista e nazista» – pianificò un secondo attacco, strutturato per massimizzare la forza d'urto dell'esplosivo ed eliminare i fattori di rischio legati alle infiltrazioni personali nei locali interni.
Nella notte del 18 ottobre 1944, verso l'una, una squadra del distaccamento "Temporale", composta da Gentilucci, Dante Drusiani, Evaristo Ferretti, Vincenzo Toffano, Golfiero Magli ("Maio") e Dante Palchetti ("Lampo"), si avvicinò all'albergo. L'operazione venne condotta applicando rigorose accortezze tattiche volte a preservare l'effetto sorpresa:
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I gappisti giunsero all'incrocio tra via Indipendenza e via Rizzoli a bordo di un'automobile con il motore spento, muovendosi per forza d'inerzia per evitare di generare rumore acustico.
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Dopo aver notato l'allontanarsi di una pattuglia di vigilanza tedesca, i partigiani si tolsero le calzature, procedendo scalzi nell'oscurità per azzerare il rumore dei passi sulla pavimentazione stradale.
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Raggiunto il portone monumentale dell'hotel, i gappisti collocarono rapidamente due casse contenenti complessivamente 90 chilogrammi di tritolo.
L'esplosione si rivelò devastante. L'innesco funzionò perfettamente e l'onda d'urto causò il crollo immediato dell'intera porzione centrale dell'edificio e di parte della facciata, seppellendo sotto le macerie decine di ufficiali e soldati tedeschi che alloggiavano nelle camere superiori. L'impatto psicologico dell'incursione fu tale da determinare un elogio esplicito trasmesso dalle frequenze alleate di Radio Londra.
La stampa locale, strettamente assoggettata al controllo di censura nazifascista, reagì con imbarazzo. Il Resto del Carlino ridimensionò drasticamente l'evento, descrivendolo come una mera "prodezza da fuorilegge" che aveva bruscamente interrotto la quiete notturna dei cittadini bolognesi, omettendo qualsiasi riferimento all'entità dei crolli e al numero delle vittime subite dalle forze d'occupazione. Tuttavia, documenti successivi rivelarono l'estrema gravità della situazione interna: il Comando delle SS di via Santa Chiara segnalò il ritrovamento di tre cadaveri presso Porta Lame la sera stessa del 18 ottobre, immediatamente dopo l'esplosione del Baglioni, in circostanze collegate al clima di massima allerta e scontro innescato in città.
La ritorsione occulta del 20 ottobre 1944 e l'agguato di via Santo Stefano
A differenza della rappresaglia pubblica eseguita a fine settembre, la reazione tedesca al secondo attentato del 18 ottobre si articolò secondo una strategia imperniata sulla segretezza. Per non offrire argomenti alla propaganda partigiana e prevenire rivolte popolari in una Bologna militarmente instabile, il comando delle SS impose il silenzio assoluto sulle misure punitive intraprese, evitando la pubblicazione di comunicati stampa o l'affissione di manifesti murali.
Le "misure di giustizia" si consumarono il 20 ottobre 1944 presso il Poligono di tiro di via Agucchi, dove vennero fucilati segretamente almeno 18 ostaggi italiani. L'eccidio colpì prevalentemente un gruppo di 14 partigiani che erano stati catturati dalle forze tedesche durante i furiosi combattimenti di Purocielo (Brisighella). Inizialmente, ai prigionieri era stata promessa la salvezza presso la canonica della Cavina, quale atto di riconoscimento per le cure che i medici partigiani della 36ª Brigata Bianconcini avevano prestato ad alcuni militari tedeschi feriti. Tuttavia, una volta trasferiti a Bologna e rinchiusi a San Giovanni in Monte, tale accordo decadde a causa dell'esplosione dell'Hotel Baglioni e di un concomitante evento bellico urbano.
Il pomeriggio del 18 ottobre 1944, alle ore 18:00, in via Santo Stefano all'altezza di via Remorsella, tre partigiani che indossavano l'uniforme della Polizia Ausiliaria si erano avvicinati a tre legionari della Brigata Nera "E. Facchini" (Virgilio Cavioli, Giorgio Graziosi e Giovanni Eusebi) fingendo di chiedere fiammiferi. Subito dopo averli ottenuti, i gappisti si voltarono improvvisamente esplodendo diversi colpi di mitra alle spalle dei militi. L'agguato causò la morte immediata di Virgilio Cavioli e il grave ferimento di Giorgio Graziosi. L'azione di via Santo Stefano, unita alla distruzione del comando tedesco al Baglioni, determinò la decisione delle SS di revocare la clemenza per i prigionieri di Purocielo, completando il numero delle vittime della rappresaglia del 20 ottobre con l'inserimento di soggetti estranei prelevati dalle carceri, tra cui Egisto Ricci e Alfonso Nicotera.
Martirio e memoria dei protagonisti
La repressione nazifascista nel corso dell'inverno del 1944 decimò le file del distaccamento "Temporale", colpendone i membri più attivi e decorati.
Dante Drusiani ("Tempesta")
Nato a Porretta Terme il 24 marzo 1925, si era unito alla Resistenza bolognese a soli 18 anni insieme all'amico d'infanzia Vincenzo Toffano. Promosso comandante di compagnia per le sue straordinarie doti di coraggio, partecipò alle principali azioni dei GAP in città, tra cui la celebre liberazione di 240 detenuti politici dal carcere di San Giovanni in Monte il 9 agosto 1944 e i due attacchi alla polveriera di Villa Contri del 20 e 21 settembre 1944.
Catturato nel dicembre 1944 a seguito di una delazione, fu ristretto nelle celle del Comando tedesco in Piazza Maggiore e sottoposto a durissimi interrogatori e torture. Durante un serrato confronto, di fronte a un maresciallo tedesco che gli domandava conto del numero di nemici uccisi, Drusiani rispose dicendo «Così» e, con un movimento fulmineo, si impossessò di una pistola appesa alla parete d'ufficio puntandola al petto del sottufficiale. Dimostrando grandezza d'animo, scelse di non fare fuoco e scagliò lontano l'arma con disprezzo. Colpiti da tale fermezza morale, i tedeschi gli concessero la fucilazione al petto ("la morte degli eroi") anziché alla schiena. Fu giustiziato il 14 dicembre 1944, all'età di 19 anni, nell'eccidio di Sabbiuno di Paderno, venendo decorato con la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Vincenzo Toffano ("Terremoto")
Nato a Gavello (Rovigo) il 25 aprile 1925, Toffano era un operaio tornitore stabilitosi a Bologna nel 1943. Combatté inizialmente in Veneto nel battaglione Fergnani della brigata Mazzini, prima di rientrare a Bologna ed entrare nella squadra "Temporale". Oltre ai sabotaggi del Baglioni, si distinse nella battaglia di Porta Lame del 7 novembre 1944, dove indossò l'uniforme tedesca per colpire alle spalle le forze nemiche che assediavano la base partigiana dell'ex macello.
A seguito del Proclama Alexander, che imponeva una sospensione delle operazioni su vasta scala, Toffano dovette abbandonare le basi gappiste centrali. Contravvenendo alle raccomandazioni dei compagni, decise di trovare rifugio presso l'abitazione della fidanzata, dove fu catturato a causa di una spiata nei primi giorni di dicembre 1944. Rinchiuso a San Giovanni in Monte, sopportò atroci torture da parte delle SS senza rivelare alcuna informazione sulla rete clandestina. Fu fucilato al petto il 14 dicembre 1944 a Sabbiuno di Paderno, ricevendo anch'egli la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Tabella 3: Quadro dei protagonisti dei GAP bolognesi e relativo destino di guerra
| Nominativo Partigiano | Grado / Reparto nella Resistenza | Principali Azioni Urbane Realizzate | Data e Luogo del Decesso | Onorificenza Conferita |
| Dante Drusiani ("Tempesta") |
Comandante di compagnia, VII Brigata GAP |
S. Giovanni in Monte; Villa Contri; Hotel Baglioni |
14/12/1944, Fucilato a Sabbiuno di Paderno |
Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria |
| Vincenzo Toffano ("Terremoto") |
Gappista scelto, VII Brigata GAP |
S. Giovanni in Monte; Porta Lame; Hotel Baglioni |
14/12/1944, Fucilato a Sabbiuno di Paderno |
Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria |
| Nazzareno Gentilucci ("Nerone") |
Comandante di distaccamento, VII GAP |
Sabotaggio Ducati; Villa Contri; Hotel Baglioni |
Sopravvissuto (deceduto nel dopoguerra) |
Medaglia d'Argento al Valor Militare |
| Dante Palchetti ("Lampo") |
Gappista, Squadra "Temporale" |
Secondo attentato all'Hotel Baglioni |
12/12/1944, Caduto in combattimento in via Saliceto |
Riconosciuto partigiano combattente |
| Adolfo Fantini ("Moretto") |
Gappista d'élite, VII Brigata GAP |
Fornitura di intelligence per azioni speciali |
14/12/1944, Fucilato a Sabbiuno di Paderno |
Riconosciuto partigiano combattente |
Nel dopoguerra, l'Hotel Baglioni venne interamente ricostruito, riacquisendo le originarie linee architettoniche tardo-barocche concepite dal Torreggiani e tornando a essere un simbolo della ricettività di lusso della città. Le tracce materiali dei due attentati del settembre e ottobre 1944 vennero progressivamente sanate dai restauri strutturali, ma gli eventi conservano un ruolo di rilievo nella storiografia della Resistenza bolognese, quali massimi esempi di audacia logistica e di guerriglia urbana compiuti a ridosso della Linea Gotica.


