1569, la cacciata che cancellò gli ebrei da Bologna (e poi profanò i loro morti)

Era il 26 febbraio 1569 quando Papa Pio V firmò un documento destinato a spazzare via la presenza ebraica da buona parte dell’Italia centrale. Non era un’invettiva improvvisata, ma il frutto di una strategia della Controriforma: la bolla Hebraeorum gens decretava l’espulsione di tutti gli ebrei dallo Stato della Chiesa, eccetto Roma e Ancona (dove sarebbero stati confinati nei ghetti). Bologna, allora seconda città dello Stato pontificio, fu tra le più colpite.

Circa 800 ebrei – uomini, donne, bambini, anziani – ricevettero l’ordine di lasciare la città entro tre mesi. Dovevano vendere tutto ciò che non potevano portare, spesso a prezzi stracciati. E dovevano andarsene per sempre.

Ma la storia non finisce qui. Perché Pio V non si accontentò di cacciare i vivi. Voleva cancellare anche i morti.


La comunità che c’era: un secolo e mezzo di radicamento

Prima del 1569, Bologna ospitava una delle comunità ebraiche più vivaci d’Italia. Gli ebrei erano arrivati in città già nel Trecento, dediti al prestito su pegno (attività consentita ma regolamentata) e al commercio. Nel 1393, un uomo che i documenti notarili dell’Archivio di Stato di Bologna chiamano Elia ebreo de Urbeveteri (Elia di Orvieto) acquistò un terreno tra via Orfeo e via Santo Stefano destinato a diventare il cuore spirituale della comunità: il cimitero ebraico.

Per 176 anni, lì furono sepolti generazioni di ebrei bolognesi. Era il più grande cimitero ebraico medievale d’Italia – oggi lo sappiamo con certezza.

Poi arrivò la bolla del 1569.

L’espulsione: strade, povertà e rotta verso est

La bolla Hebraeorum gens non fu un evento improvviso: Pio V, domenicano e inquisitore, era convinto che la tolleranza verso gli ebrei fosse un pericolo per la fede cristiana. Il documento ordinava ai governatori locali di cacciare gli ebrei sotto pena di scomunica e multe salate. A Bologna, l’esecuzione fu rapida e spietata.

Molti ebrei cercarono rifugio a Ferrara, allora sotto gli Este (più tolleranti), o a Mantova, o nelle piccole signorie della Romagna. Altri si spinsero fino a Venezia o nell’Impero Ottomano. Quasi tutti persero case, sinagoghe e luoghi di sepoltura.

La sinagoga di via dell’Inferno (oggi via Oberdan) fu confiscata e trasformata in chiesa. I libri sacri furono bruciati o dispersi. E i morti? I morti restavano sotto terra. Almeno fino a novembre.

Il corollario: un Breve pontificio per disseppellire 408 tombe

L’espulsione era già stata decretata, ma Pio V volle un atto aggiuntivo, quasi burocratico, di damnatio memoriae. Il 28 novembre 1569 firmò un Breve pontificio – un documento meno solenne della bolla ma ugualmente vincolante – con cui concedeva alle monache di San Pietro Martire (un convento poco distante) il diritto di fare ciò che nessun cristiano avrebbe mai fatto: disseppellire i morti.

Il testo è impressionante per la sua freddezza amministrativa. Le monache potevano:

  • rimuovere cadaveri, ossa e resti;

  • demolire o trasformare i sepolcri;

  • cancellare o asportare le lapidi, “raschiando via iscrizioni e memorie”.

In pratica: l’area cimiteriale, acquistata nel 1393 da Elia di Orvieto, veniva donata alle monache. E i morti potevano essere portati “dove a loro piaccia”. Nessun obbligo di riconsacrazione. Nessun trasloco dignitoso. Una cancellazione pura.

Cosa successe realmente al cimitero? Lo scopriamo nel 2012

Per secoli, la storia rimase sepolta nei registri vaticani e nell’Archivio di Stato di Bologna. Nessuno sapeva con esattezza cosa fosse accaduto alle tombe. Poi, nel 2012, durante i lavori per un nuovo complesso residenziale in via Orfeo, le pale meccaniche iniziarono a tirare su ossa.

La Soprintendenza Archeologica bloccò subito il cantiere e avviò uno scavo sistematico, durato fino al 2014. Il risultato fu sconvolgente:

  • 408 sepolture riportate alla luce. Il più grande cimitero ebraico medievale mai scavato in Italia, secondo in Europa solo a quello di York.

  • Circa 150 tombe erano state apertamente profanate. Non saccheggiate nel caos – aperte in modo ordinato, svuotate, e poi richiuse. Esattamente come autorizzato dal Breve del 28 novembre 1569.

  • Zero lapidi in situ. Tutte rimosse. Alcune sono oggi conservate al Museo Civico Medievale di Bologna, esposte come semplici reperti lapidei, senza che per secoli nessuno sapesse da dove provenissero.

Un condominio sopra la memoria

Oggi, il sito non è visitabile. L’area è stata ricoperta e su di essa sorge un normale condominio residenziale. Nessuna targa in strada ricorda che lì, per 176 anni, gli ebrei di Bologna seppellirono i loro morti. E nessun cartello racconta che un papa, nel 1569, li fece disseppellire per ordine scritto.

La storia dell’espulsione degli ebrei da Bologna non è solo la storia di 800 persone costrette a lasciare le proprie case. È anche la storia di come un potere assoluto cerchi di cancellare ogni traccia fisica di chi ha cacciato. Il cimitero di via Orfeo è il corollario di pietra e ossa dell’Hebraeorum gens: un documento non solo per espellere i vivi, ma per profanare i morti a distanza di secoli.

“Non un raid notturno, non un atto di violenza spontanea. Un Breve pontificio.”
Quel Breve del 1569 ha trasformato un cantiere del 2012 in una scoperta archeologica senza precedenti. E ha lasciato a Bologna una ferita ancora aperta, coperta da un condominio e dal silenzio.

 

 

Aggiornato al 22/05/2026