La Resistenza di Edera De Giovanni: Analisi Storica, Strutture Repressive e Memoria del Primo Martirio Femminile a Bologna
La notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 1944 rappresenta uno dei momenti più drammatici e simbolicamente densi della guerra di liberazione nel territorio bolognese. Presso il muro di cinta settentrionale del Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna, un plotone d'esecuzione fascista della Repubblica Sociale Italiana (RSI) procedette alla fucilazione sommaria di sei partigiani catturati nei giorni precedenti. Tra le vittime figurava Francesca Edera De Giovanni, una giovane donna destinata a passare alla storia come la prima partigiana fucilata dai fascisti nel capoluogo emiliano. Il suo ultimo gesto di sfida — l'essersi voltata di scatto di fronte ai fucili gridando ai suoi carnefici: «Tremate, anche una ragazza vi fa paura!» — scardinò la retorica fascista sulla passività femminile, trasformando la sua figura in un archetipo dell'antifascismo militante.
Attraverso l'esame incrociato delle fonti archivistiche e delle testimonianze processuali del dopoguerra, è possibile ricostruire con precisione scientifica la parabola biografica di Edera De Giovanni, le dinamiche operative della rete clandestina di Monterenzio, la struttura dell'apparato repressivo della RSI e il complesso processo di costruzione della memoria pubblica nel dopoguerra.
Le Radici dell'Antifascismo a Savazza e la Genesi del Dissenso
Francesca Edera De Giovanni nacque il 17 luglio 1923 a Monterenzio, una comunità collinare dell'Appennino bolognese profondamente segnata dalle culture politiche contadine e da un precoce sentimento di ostilità al regime fascista. Figlia di Alfredo De Giovanni, mugnaio a Savazza, e di Luigia Maria Grilli, crebbe in un nucleo familiare caratterizzato da una solida coscienza antifascista e di classe. Sotto il profilo storiografico, occorre rilevare una frequente discrepanza nelle fonti coeve e nei successivi resoconti giornalistici circa l'età della giovane al momento della morte, indicata talvolta in 19, 21 o 22 anni. L'incrocio dei registri anagrafici conferma che, nata nel luglio del 1923 e fucilata nell'aprile del 1944, Edera de Giovanni contava venti anni d'età, a pochi mesi dal compimento del ventunesimo anno.
La collocazione socio-economica della famiglia De Giovanni ruotava attorno al mulino di Savazza, un nodo infrastrutturale rurale che divenne ben presto un punto di riferimento logistico e di discussione politica per gli oppositori locali al fascismo. Nonostante le necessità economiche avessero spinto la giovane a trasferirsi a Bologna per lavorare come domestica presso una famiglia della borghesia urbana, il suo legame con la comunità d'origine e con la militanza politica rimase inalterato.
La transizione dal dissenso privato all'azione pubblica e alla conseguente repressione statale si registrò il 28 gennaio 1943. Trovandosi in un esercizio pubblico di Savazza, Edera si rivolse a un impiegato comunale che esibiva la camicia nera sotto la giacca, affermando con tono perentorio: «Queste camicie nere… fra qualche anno dovranno scomparire». Denunciata da un delatore anonimo, fu arrestata dai Carabinieri e reclusa per quindici giorni nel carcere di Bologna. Durante l'interrogatorio, la giovane tentò di minimizzare l'accaduto sostenendo di aver espresso una battuta scherzosa sullo stato di scarsa pulizia dell'indumento, ma le autorità di pubblica sicurezza la inserirono formamente nel novero dei soggetti diffidati per attività sovversiva, sottoponendola a vigilanza speciale.
La caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e il successivo collasso dello Stato sbloccarono le energie rivoluzionarie latenti nella provincia bolognese. Edera De Giovanni si pose alla guida dei giovani di Monterenzio che imposero alle autorità municipali la riapertura dei depositi statali e la distribuzione immediata del grano ammassato alla popolazione stremata dalle restrizioni belliche, configurando una delle prime azioni dirette di giustizia sociale nell'area dell'Appennino tosco-emiliano.
La Costituzione del Gruppo di Monterenzio e il Transito nelle Brigate
L'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e l'avvio dell'occupazione tedesca coincisero con la nascita delle prime bande partigiane di orientamento garibaldino e di Giustizia e Libertà nell'Appennino bolognese. Attorno al mulino dei De Giovanni a Savazza si strutturò un gruppo di renitenti alla leva, operai e militanti antifascisti guidati da Guerrino De Giovanni, cugino di Edera.
Il Profilo dei Combattenti del Nucleo di Savazza
Sotto il profilo sociologico, il gruppo presentava una spiccata eterogeneità, saldando l'esperienza di militanti storici del movimento operaio con l'entusiasmo di giovani studenti e impiegati. La tabella seguente illustra la composizione, l'estrazione sociale e l'inquadramento delle sei vittime dell'eccidio della Certosa.
| Partigiano | Dati Anagrafici e Origine | Estrazione Professionale e Condizione | Inquadramento Militare nella Resistenza | Profilo e Destino nel Dopoguerra |
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Francesca Edera De Giovanni |
17/07/1923, Monterenzio (BO) |
Domestica / Famiglia di mugnai |
1ª Brigata Garibaldi "Irma Bandiera" / 62ª Brigata "Camicie Rosse" |
Staffetta partigiana; prima donna fucilata a Bologna. |
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Egon Brass |
14/02/1924, Aidussina (Gorizia) |
Studente / Esule dal confine orientale |
Brigata Giustizia e Libertà "Montagna" |
Organizzatore logistico; indicato come coniuge di Edera. |
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Attilio Diolaiti |
17/09/1898, Baricella (BO) |
Venditore ambulante |
1ª Brigata Garibaldi "Irma Bandiera" / 7ª Brigata GAP "Gianni" |
Storico segretario FAI; confinato politico a Lipari (1927-1930). |
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Enrico Foscardi ("Dante") |
04/06/1905, Voghera (PV) |
Falegname |
7ª Brigata Garibaldi GAP "Gianni" |
Antifascista sfollato a Savazza; cooperazione logistica urbana. |
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Ettore Zaniboni |
20/09/1908, Castel S. Pietro Terme (BO) |
Guardia di Pubblica Sicurezza / Vigile urbano |
62ª Brigata Garibaldi "Camicie Rosse" |
Comandante di compagnia militare nella Resistenza. |
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Ferdinando Grilli |
28/06/1882, Monterenzio (BO) |
Colono |
62ª Brigata Garibaldi "Camicie Rosse" |
Arrestato come ostaggio per la renitenza del figlio. |
Sotto il profilo storiografico, la designazione delle brigate di appartenenza dei membri del gruppo richiede una precisazione cronologica. Nei documenti ufficiali del dopoguerra, i caduti figurano inseriti nella 36ª Brigata Garibaldi "Alessandro Bianconcini" o nella 62ª Brigata "Camicie Rosse". Tuttavia, la 36ª Brigata assunse tale denominazione formale solo nel maggio del 1944 , mentre la 62ª operò principalmente tra il maggio e il novembre del medesimo anno. I partigiani di Monterenzio costituirono pertanto il nucleo logistico primordiale e operativo che, nel corso dell'inverno 1943-1944, consentì la successiva strutturazione di queste grandi unità combattenti sull'Appennino emiliano-romagnolo.
Un'ulteriore evidenza documentaria emerge dall'analisi dello stato civile di Egon Brass ed Edera De Giovanni. Sebbene la pubblicistica partigiana e i racconti popolari si riferiscano costantemente a Brass come al fidanzato della giovane , le schede anagrafiche ufficiali conservate negli archivi storici bolognesi indicano formalmente i due giovani come "coniugi". Questa notazione suggerisce l'esistenza di un matrimonio clandestino celebrato in zona di guerra o, più verosimilmente, di un riconoscimento postumo volto a sancire legalmente un'unione tragicamente spezzata dal piombo fascista.
L'Infiltrazione di Remo Naldi e la Trappola di Piazza Ravegnana
Nel corso della seconda metà di marzo del 1944, il nucleo partigiano di Savazza decise di estendere il proprio raggio d'azione pianificando una discesa a Bologna per coordinarsi con i vertici del Comitato di Liberazione Nazionale e recuperare armamenti indispensabili per le operazioni in montagna.
Il 25 marzo 1944, Edera De Giovanni, Egon Brass ed Ettore Zaniboni raggiunsero il capoluogo emiliano, fissando un appuntamento clandestino in Piazza Ravegnana, proprio al di sotto delle Due Torri. Il luogo prescelto per l'incontro era la bancarella per la vendita di penne stilografiche gestita da Attilio Diolaiti ed Enrico Foscardi, che fungeva da strategico recapito urbano per la corrispondenza e i collegamenti partigiani.
La missione era tuttavia compromessa sul nascere a causa dell'infiltrazione nelle file resistenziali di un agente provocatore fascista, identificato storicamente come Remo Naldi. Naldi, fingendosi un emissario del comando partigiano cittadino, si presentò all'incontro al fine di identificare l'intera rete di appoggio. Per preservare la sua copertura e consentirgli future operazioni di spionaggio, le autorità fasciste misero in atto una complessa messinscena: gli agenti della polizia ausiliaria simularono l'arresto dello stesso Naldi insieme a Ettore Zaniboni e agli altri membri del gruppo, traducendoli in stato di fermo per evitare che i partigiani sospettassero del tradimento.
Negli stessi giorni, la repressione colpì direttamente il nucleo familiare di Edera a Savazza. Il 27 marzo 1944, due militi fascisti si presentarono presso l'abitazione del colono Ferdinando Grilli, zio materno di Edera, con l'obiettivo di catturare il figlio, renitente alla leva della RSI. Non avendo trovato il giovane, i fascisti operarono una ritorsione immediata arrestando il padre Ferdinando in qualità di ostaggio. Grilli fu trasferito d'urgenza a Bologna e rinchiuso nel medesimo braccio carcerario dove erano già detenuti la nipote e i suoi compagni di Monterenzio.
L'Apparato Repressivo della RSI: La Compagnia Autonoma Speciale
Tutti i catturati furono rinchiusi nel carcere di San Giovanni in Monte, il principale istituto di pena bolognese adibito alla detenzione dei prigionieri politici. Qui la gestione degli interrogatori fu assunta dalla Compagnia Autonoma Speciale (CAS), reparto di polizia ausiliaria operante alle dipendenze dirette del Questore di Bologna Giovanni Tebaldi e guidata dal capitano Renato Tartarotti.
La Parabola Militare e Criminale di Renato Tartarotti
Sotto la lente dell'analisi storica, la figura di Renato Tartarotti incarna la natura intrinsecamente violenta e illegittima delle istituzioni della RSI.
[Militanza Prefascista e Africa Orientale Italiana]
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│ (Promozione a Sottotenente)
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│ (Sede a Villa Camponati)
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│ (Evasione e cattura post-bellica)
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Nato a Mantova il 26 gennaio 1916, Tartarotti era un ex venditore ambulante di frutta arruolatosi come sottufficiale volontario nella divisione "Savoia" durante la guerra d'Etiopia. Dopo l'8 settembre 1943, aderì al Partito Fascista Repubblicano (PFR) entrando nella polizia ausiliaria. Notato dal Questore Tebaldi, ne divenne l'uomo di fiducia e la guardia del corpo.
La sua definitiva ascesa ai vertici dell'apparato investigativo coincise con le feroci rappresaglie ordinate nel gennaio del 1944 in seguito all'uccisione del Federale di Bologna Eugenio Facchini. In tale occasione, Tartarotti comandò il plotone di esecuzione incaricato di fucilare nove detenuti politici al Poligono di Tiro; di fronte a un tentativo di fuga di alcuni condannati, Tartarotti ne massacrò personalmente tre a colpi di pistola, ricevendo sul campo la promozione a sottotenente per il sangue freddo dimostrato.
Forte di tale legittimazione, nel giugno del 1944 Tartarotti formalizzò la nascita della CAS, stabilendo il quartier generale a Villa Camponati in via Siepelunga. All'interno di questa struttura e nelle celle di San Giovanni in Monte, gli agenti della CAS applicarono un repertorio di torture brutali: pestaggi sistematici con guantoni da boxe e spranghe di ferro, fustigazioni con cinghie e aghi infilzati negli occhi fino a procurare la cecità dei detenuti.
Egon Brass, identificato con la matricola carceraria 10162 al momento dell'ingresso il 30 marzo 1944, ed Edera De Giovanni furono sottoposti a questi serrati e violenti interrogatori. Gli aguzzini cercarono in ogni modo di estorcere i nomi dei referenti della Resistenza in città e dei comandanti delle bande in montagna. Il silenzio assoluto opposto dai prigionieri vanificò l'azione investigativa della CAS, spingendo il Questore a ordinare l'immediata eliminazione fisica del gruppo di Monterenzio, senza la celebrazione di alcun processo.
Il Martirio della Certosa: Dinamiche e Testimonianze dell'Esecuzione
Nelle prime ore del 1° aprile 1944, i sei partigiani vennero prelevati dalle celle con la falsa indicazione di un trasferimento logistico. Prima di essere condotta al veicolo di trasporto, Edera de Giovanni compì un estremo gesto di cura familiare, affidando la somma di cento lire a Suor Teresa, la religiosa responsabile della sezione femminile di San Giovanni in Monte, pregandola di recapitarla ai genitori a Savazza.
I condannati furono condotti lungo via della Certosa fino al muro nord del cimitero monumentale. Sotto il profilo storiografico, le testimonianze divergono circa l'esatta dinamica del fuoco d'esecuzione: alcune fonti indicano che la fucilazione fu operata direttamente da una squadra guidata dall'agente ausiliario della CAS Renato Roncarelli , mentre altre relazioni partigiane del dopoguerra suggeriscono che fu lo stesso capitano Tartarotti a falciare i prigionieri servendosi di un mitra.
Ciò che risulta univocamente accertato è l'atteggiamento fiero e di assoluta insubordinazione tenuto da Edera De Giovanni negli istanti fatali. Rifiutando di dare le spalle al plotone — postura che il codice penale militare fascista imponeva per i condannati per tradimento al fine di infliggere una morte infamante — la giovane si voltò repentinamente di fronte ai fucili puntati, guardando i militi negli occhi e gridando la propria certezza nell'imminente fine della RSI. Le parole pronunciate nell'estremo istante di vita assunsero immediatamente un valore fondativo per la Resistenza emiliana:
«Tremate, anche una ragazza vi fa paura!»
In altri verbali e resoconti clandestini, la dichiarazione di Edera de Giovanni viene riportata con lievi varianti testuali che enfatizzano la giovinezza della partigiana e l'inevitabilità della giustizia storica: «Uccidetemi pure, se anche una inerme fanciulla diciannovenne vi fa tremare! Ma non è lontano il momento della vendetta e voi ripagherete col sangue il sangue che avete sparso». Il fuoco del plotone pose fine alla vita dei sei partigiani, i cui corpi vennero frettolosamente inumati all'interno della Certosa.
La Giustizia Post-Bellica: Il Processo alla CAS
La liberazione di Bologna, avvenuta il 21 aprile 1945, segnò la fine dell'occupazione tedesca e l'avvio della transizione democratica sotto la giurisdizione del CLN e delle corti straordinarie di giustizia. Renato Tartarotti, fuggito sul lago di Garda nel settembre del 1944 a seguito di dissidi con il nuovo Questore Fabiani, era stato arrestato a Brescia e successivamente catturato dai membri dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) in Val Trompia.
Il 3 luglio 1945 si aprì a Bologna il processo dinanzi alla Corte d'Assise Straordinaria contro Tartarotti e tre suoi principali collaboratori della Compagnia Autonoma Speciale. Il dibattimento ricostruì analiticamente le responsabilità del reparto nei delitti di tortura, estorsione e omicidio commessi durante i diciannove mesi di occupazione.
Le Condanne della Corte d'Assise Straordinaria (3 Luglio 1945)
La sentenza emessa dalla Corte d'Assise Straordinaria rifletté il rigore necessario per sanzionare i crimini del collaborazionismo e della repressione antipartigiana.
| Imputato nel Processo | Ruolo nell'Organigramma della CAS | Capi d'Imputazione Accertati | Sentenza della Corte (3 Luglio 1945) | Modalità di Esecuzione e Note |
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Renato Tartarotti |
Comandante generale della CAS |
Tortura, stragi sommarie, omicidio di Remo Ruggi ed estorsione |
Condanna a morte |
Fucilazione alla schiena il 02/10/1945 al Poligono di tiro. |
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Alessandro Molmenti |
Ufficiale / Collaboratore di Tartarotti | Partecipazione attiva a torture e fucilazioni della CAS |
Condanna a morte |
Pena di morte mediante fucilazione alla schiena (non eseguita). |
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Alberto Gamberini |
Agente operativo della CAS | Complicità in atti di violenza e tortura politica |
30 anni di reclusione |
Detenzione penale ordinaria. |
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Paolo Gamberini |
Agente operativo della CAS | Reati minori di ordine pubblico e collaborazionismo |
8 anni e 4 mesi di reclusione |
Detenzione penale ordinaria. |
Sotto il profilo giuridico, l'esecuzione della condanna a morte di Renato Tartarotti, consumatasi il 2 ottobre 1945 presso il Poligono di tiro di Bologna, rappresentò un passaggio fondamentale per la restaurazione della legalità repubblicana, colpendo colui che aveva diretto la violenza repressiva contro Edera De Giovanni e l'antifascismo bolognese.
La Costruzione della Memoria Pubblica a Bologna
La memoria di Francesca Edera De Giovanni si è consolidata nel dopoguerra attraverso molteplici interventi monumentali, toponomastici e artistici, configurando un autentico "paesaggio della memoria" nel tessuto urbano e collinare bolognese.
Il Memoriale delle Cadute Partigiane a Villa Spada
Tra i monumenti dedicati alla Resistenza femminile, il Memoriale di Villa Spada, situato nel parco pubblico di via di Casaglia, rappresenta un'opera monumentale di rilievo nazionale.
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[Progetto Architettonico] [Incisione dei Nomi]
Gruppo "Città Nuova" (1975) 128 Donne Cadute Bolognesi
(In collaborazione con Liceo Artistico) (Incluso: Francesca Edera De Giovanni)
Inaugurato nel giugno del 1975 su progetto del Gruppo di architetti "Città Nuova" e realizzato in stretta collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico di Bologna, il monumento si sviluppa lungo il muro di contenimento della collina. Una serie di mattoni rossi reca incisi i nomi delle 128 donne bolognesi cadute combattendo per la libertà, tra cui figura in posizione preminente quello di Edera De Giovanni. Questo spazio non celebra la donna partigiana unicamente come vittima passiva della violenza di guerra, bensì ne rivendica il ruolo di combattente attiva e consapevole della propria scelta politica.
Altri Luoghi della Memoria e l'Arte Urbana in Bolognina
La toponomastica bolognese e di Monterenzio ha recepito la lezione etica di Edera De Giovanni, intitolandole strade e istituzioni scolastiche per l'infanzia. Nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna, i resti della partigiana riposano all'interno del Monumento Ossario ai caduti partigiani, accanto al compagno Egon Brass.
La ricezione contemporanea della figura di Edera ha trovato espressione anche nell'arte pubblica e urbana. Il 12 novembre 2023, in occasione del 79° anniversario della Battaglia della Bolognina, è stato inaugurato un grande murale in via Niccolò Dall'Arca 34, all'interno del quartiere Navile. L'opera, promossa dall'ANPI locale in collaborazione con associazioni di quartiere e la Scuola di Pace di Monte Sole, è stata presentata alla presenza dello scrittore Pino Cacucci, autore del libro Nessuno può portarti un fiore (Feltrinelli, 2012), in cui la breve ed eroica esistenza di Edera è minuziosamente indagata e narrata.
Conclusioni
L'indagine storica sulla figura di Francesca Edera De Giovanni evidenzia come la Resistenza femminile non sia stata un fenomeno meramente sussidiario o limitato al supporto logistico e assistenziale. Il martirio della giovane mugnaia di Savazza e dei suoi compagni di Monterenzio rivela la maturazione di una coscienza politica precoce, capace di unire la rivendicazione della giustizia sociale alle esigenze militari della cospirazione armata. Di fronte al fallimento morale della RSI, incarnato dalle efferatezze della Compagnia Autonoma Speciale di Renato Tartarotti, il silenzio opposto da Edera De Giovanni durante la tortura e il suo ultimo grido di sfida di fronte alle canne dei fucili hanno segnato una rottura profonda con i modelli patriarcali dell'epoca, inaugurando una nuova stagione di partecipazione democratica in cui le donne si sono imposte come protagoniste e artefici della propria liberazione.