Bologna 1860-1864: Dalle Speranze del Plebiscito alle Tensioni Sociali dell'Unificazione

Il passaggio di Bologna dallo Stato Pontificio al Regno di Sardegna, e successivamente al Regno d’Italia, rappresenta un caso di studio fondamentale per comprendere le dinamiche del Risorgimento non solo come moto d'élite, ma come processo di trasformazione sociale profonda e spesso traumatica. Tra il 1859 e il 1864, la città felsinea visse una parabola che la portò dal fervore dell'annessione plebiscitaria alla disillusione dei moti popolari, rivelando le contraddizioni intrinseche di un'unificazione nazionale calata dall'alto su un tessuto economico e sociale già in forte sofferenza.

Il crepuscolo delle Legazioni e la crisi del 1859

La fine della dominazione pontificia a Bologna non fu un evento improvviso, ma il risultato di una lunga erosione di legittimità iniziata con i moti del 1831 e del 1848. Tuttavia, il punto di rottura definitivo coincise con la Seconda Guerra d'Indipendenza. Nel giugno del 1859, a seguito delle sconfitte austriache a Magenta e della ritirata delle truppe imperiali dalle guarnigioni emiliane, il potere temporale del Papa nelle Legazioni crollò quasi istantaneamente. Il 12 giugno 1859, il Cardinale Legato Milesi abbandonò Bologna, lasciando un vuoto di potere che la nobiltà liberale e la borghesia cittadina si affrettarono a colmare.

Un decreto del 14 giugno 1859 istituì la Guardia provvisoria della città di Bologna, ponendola sotto il comando del conte Angelo Tattini, figura di spicco della nobiltà locale e marito di Carolina Pepoli. Questa mossa non fu solo un atto di ordine pubblico, ma una dichiarazione politica: Bologna non intendeva tornare sotto il giogo clericale, ma mirava a un’integrazione nel blocco sabaudo che appariva, in quel momento, come l’unica garanzia di stabilità e progresso civile. Nello stesso giorno, la Giunta Provvisoria di Governo emanò provvedimenti per limitare la libertà di stampa e istituire un ufficio di censura, dimostrando come il nuovo ordine fosse, sin dalle origini, guidato da una classe dirigente moderata preoccupata di contenere le possibili derive radicali e mazziniane.

Cronologia dei mutamenti istituzionali (1859-1860)

Data Evento Istituzionale Significato Politico
12 Giugno 1859 Partenza del Cardinale Legato Milesi

Fine formale dell'autorità pontificia a Bologna.

14 Giugno 1859 Istituzione della Guardia Provvisoria

Creazione di una forza armata locale fedele ai liberali.

19 Giugno 1859 Ingresso di Luigi Carlo Farini a Modena

Inizio della missione sabauda nei territori emiliani.

9 Novembre 1859 Farini assume i poteri in Romagna

Unificazione amministrativa delle ex Legazioni.

1 Gennaio 1860 Creazione delle "Province dell'Emilia"

Accorpamento di Parma, Modena e Romagne.

11-12 Marzo 1860 Svolgimento del Plebiscito

Legittimazione popolare dell'annessione al Piemonte.

La figura di Luigi Carlo Farini e la "Dittatura dell'Emilia"

Il protagonista assoluto della transizione bolognese fu Luigi Carlo Farini. Medico, storico e patriota di Russi, Farini interpretò il ruolo di mediatore tra le aspirazioni delle popolazioni locali e la realpolitik di Cavour. Nominato inizialmente Regio Commissario, Farini riuscì a consolidare un potere quasi assoluto, assumendo il titolo di "Dittatore dell'Emilia". Questa formula, pur evocando un potere autoritario, era in realtà uno strumento giuridico necessario per uniformare i diversi ordinamenti legislativi, fiscali e amministrativi di territori che per secoli avevano seguito tradizioni diverse.

Farini si distinse per una visione modernizzatrice che affondava le radici nella sua formazione scientifica. Come Direttore generale della Sanità nello Stato Pontificio nel 1848, aveva già introdotto norme innovative sull'igiene pubblica, la gestione dei rifiuti e la potabilità dell'acqua, tentando di eradicare pratiche medievali che favorivano le epidemie. Trasferendo questo approccio al governo dell'Emilia, egli lavorò per la creazione di un apparato burocratico efficiente, propedeutico all'annessione definitiva. La sua azione fu fondamentale per convincere le potenze europee, e in particolare la Francia di Napoleone III, che l'annessione delle Romagne non avrebbe portato al caos rivoluzionario, ma alla stabilità monarchica sotto la croce sabauda.

Il Plebiscito dell'11 e 12 Marzo 1860: Il rito della nazione

Sebbene alcune fonti secondarie citino erroneamente il 14 giugno 1860 come data del voto, i documenti ufficiali e la cronachistica d'epoca (in particolare le memorie di Enrico Bottrigari) confermano che il plebiscito per l'annessione delle Province dell'Emilia si tenne domenica 11 e lunedì 12 marzo 1860. Questo evento rappresentò il punto di non ritorno per la storia di Bologna.

Il plebiscito fu indetto per legittimare internazionalmente un'annessione già operante nei fatti. La formula sottoposta agli elettori prevedeva la scelta tra due opzioni: "Annessione alla Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II" oppure "Regno separato". Per la prima volta, e in modo unico per tutto l'Ottocento, il voto fu esteso a tutti i cittadini maschi maggiorenni (21 anni), abolendo temporaneamente il voto censitario.

L'affluenza a Bologna fu massiccia e l'atmosfera carica di un entusiasmo che sfiorava la sacralità civile. Secondo il "Monitore di Bologna", l'intera città si addobbò a festa, con bandiere tricolori che pendevano dai balconi e coccarde appuntate sui petti dei cittadini di ogni classe sociale. Gli operai, gli studenti e gli artigiani sfilarono in gruppi organizzati verso i seggi, spesso preceduti da bande musicali. Questo clima festoso serviva a coprire una realtà politica complessa: il voto non era segreto nel senso moderno del termine, e la pressione sociale verso l'annessione era tale da rendere l'opzione del "Regno separato" quasi un atto di tradimento civile.

Analisi statistica dei risultati plebiscitari nella Provincia di Bologna

Parametro Valore Assoluto Percentuale
Popolazione Totale (Provincia) 370.762 -
Iscritti alle liste elettorali ~100.000 -
Votanti totali 76.500

76,5% (degli iscritti).

Voti per l'Annessione 76.276

99,71%.

Voti per il Regno Separato 63

0,08%.

Voti Nulli 161

0,21%.

L'analisi di questi dati rivela un'adesione che andava oltre la semplice preferenza politica, configurandosi come una vera e propria acclamazione collettiva. Il 18 marzo, Farini presentò solennemente i risultati a Torino nelle mani di Vittorio Emanuele II, sancendo l'unione definitiva. Il 21 marzo, Bologna celebrò l'annessione con un Te Deum in San Petronio, celebrato dai cappellani militari poiché il clero locale, fedele all'Arcivescovo Viale Prelà, aveva ricevuto l'ordine di non partecipare.

La resistenza clericale e l'opposizione dell'Arcivescovo Viale Prelà

Il successo politico del plebiscito non deve trarre in inganno: una parte significativa della società bolognese, legata alle gerarchie ecclesiastiche, visse l'annessione come un'occupazione sacrilega. Il Cardinale Michele Viale Prelà, succeduto al leggendario Cardinale Oppizzoni nel 1856, rappresentava l'anima più intransigente della Chiesa. Durante i mesi della dittatura di Farini, Viale Prelà si oppose frontalmente a ogni decreto che limitasse i privilegi ecclesiastici o che imponesse l'autorità civile sul clero.

Già nel giugno 1859, l'Arcivescovo era intervenuto per far rilasciare sacerdoti arrestati dal governo provvisorio per aver espresso critiche feroci contro i liberali. La Chiesa bolognese, profondamente ferita anche da vicende precedenti come il caso Mortara (il bambino ebreo sottratto alla famiglia per essere educato cristianamente nel 1858), percepiva il regno sabaudo come un'entità massonica e anticlericale. Questa tensione sotterranea avrebbe alimentato per anni un clima di "guerra fredda" cittadina, con il clero che sabotava le cerimonie civili e le autorità che rispondevano con arresti e restrizioni alle attività religiose non strettamente liturgiche.

1860-1863: Le prime ombre e la "Piemontizzazione"

Dopo l'entusiasmo iniziale, Bologna dovette fare i conti con la realtà di essere non più la capitale delle Legazioni, ma una delle province di un vasto regno centralizzato. L'applicazione immediata delle leggi piemontesi (la cosiddetta "piemontizzazione") portò cambiamenti drastici.

Uno dei primi decreti del nuovo governo sabaudo fu la riconsegna al Comune della proprietà di Palazzo d'Accursio, un gesto simbolico volto a restituire alla città i suoi spazi storici di autogoverno. Tuttavia, altri provvedimenti furono meno graditi. L'Università di Bologna, dichiarata di "primo ordine" nel gennaio 1860, dovette comunque subire riforme che ne limitavano l'autonomia tradizionale. Ma furono l'economia e la fiscalità a generare le prime vere crepe nel consenso.

La liberalizzazione degli scambi, se da un lato favoriva l'integrazione nei mercati europei, dall'altro metteva in crisi l'industria serica bolognese, fiore all'occhiello dell'economia locale, che non era pronta a competere senza le protezioni doganali precedenti. A questo si aggiunse l'introduzione della leva obbligatoria, una novità assoluta per le popolazioni locali che vedevano nella "tassa di sangue" un sopruso inaccettabile, specialmente nelle campagne dove la forza lavoro giovane era indispensabile per la sussistenza delle famiglie.

Il malessere sociale e la crisi del 1864

Nel 1864, il clima a Bologna era profondamente mutato rispetto al 1860. La città soffriva per un carovita galoppante, causato da una combinazione di cattivi raccolti e speculazioni sui cereali. La percezione popolare era che l'unità italiana, invece di portare la prosperità promessa, avesse portato solo nuove tasse e fame.

Sebbene la famigerata tassa nazionale sul macinato sarebbe stata approvata solo nel 1868, le amministrazioni locali, costrette a far fronte ai debiti del nuovo Stato, avevano già introdotto dazi e balzelli sui generi di prima necessità che colpivano sproporzionatamente le classi più povere. In questo contesto, la Società Operaia di Bologna, fondata il 9 aprile 1860 con fini mutualistici e di istruzione, divenne il catalizzatore della protesta. Sotto l'influenza di leader democratici e radicali come Quirico Filopanti e Livio Zambeccari, l'associazionismo operaio iniziò a formulare rivendicazioni non più solo assistenziali, ma apertamente politiche.

I moti del 17 Marzo 1864: Cronaca di una rivolta

Il 17 marzo 1864 doveva essere una giornata di celebrazione nazionale (l'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia). Tuttavia, si trasformò in una giornata di sangue e repressione. Una folla composta da operai, muratori, donne del popolo e disoccupati si radunò in Piazza Maggiore per protestare contro l'aumento del prezzo del pane e la scarsità di frumento.

La protesta, inizialmente pacifica, degenerò quando la folla si diresse verso la Prefettura chiedendo interventi immediati contro la fame. Le autorità, preoccupate che il disordine potesse essere strumentalizzato dai nostalgici del Papa o dai mazziniani intransigenti, ordinarono l'intervento della forza pubblica. La cavalleria caricò i manifestanti lungo via dell'Archiginnasio, disperdendo migliaia di persone con estrema violenza. Le truppe si acquartierarono in piazza e i principali esponenti del movimento democratico, accusati di aver istigato la folla, furono arrestati. Tra questi figurava lo stesso Quirico Filopanti, professore amatissimo dal popolo e simbolo dell'impegno civile bolognese.

Timeline dei disordini di Marzo 1864

Ora/Fase Avvenimento Protagonisti
Mattina, 17 Marzo Raduno spontaneo in Piazza Maggiore

Operai, muratori, massaie.

Mezzogiorno Delegazione ricevuta in Prefettura (esito negativo) Rappresentanti Società Operaia.
Primo Pomeriggio Carica della cavalleria in via dell'Archiginnasio

Forze dell'ordine sabaude.

Sera Stato d'assedio de facto e arresti eccellenti

Militari e leader democratici.

Giorni Successivi Repressione nelle campagne limitrofe Polizia e rivoltosi agrari.

Le conseguenze politiche e il lascito dei moti

La repressione del 1864 ebbe l'effetto di allontanare definitivamente una fetta consistente del proletariato urbano dalla fiducia nel governo moderato dei proprietari terrieri e della borghesia industriale. Se il plebiscito del 1860 era stato il trionfo dell'unità ideale, i moti del 1864 furono l'inizio della questione sociale a Bologna.

Il governo sabaudo fu costretto a correre ai ripari con misure palliative. Furono stanziati fondi per lavori pubblici straordinari al fine di occupare le maestranze inattive e si cercò di calmierare artificialmente il prezzo dei cereali, ma il danno d'immagine era fatto. La stabilità politica della città rimase precaria per tutto il decennio, con Bologna che divenne uno dei principali centri di diffusione dell'Internazionalismo anarchico e socialista, alimentato proprio da quella delusione post-unitaria che vedeva nell'Italia unita una "matrigna" fiscale.

Bologna nel contesto della Spedizione dei Mille e dell'unificazione nazionale

Mentre Bologna affrontava le sue crisi interne, il quadro nazionale era in rapida evoluzione. L'annessione delle Romagne era stata scambiata da Cavour con la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia (Trattato di Torino, 24 marzo 1860), un atto che aveva scatenato le ire di Garibaldi e di molti democratici bolognesi. Molti giovani bolognesi partirono come volontari per le spedizioni garibaldine in Sicilia e nel Napoletano, vedendo nel successo di Garibaldi la possibilità di una "rivoluzione dal basso" che correggesse le distorsioni del centralismo piemontese.

Farini stesso, dopo aver concluso la sua opera in Emilia, fu inviato a governare Napoli come Luogotenente del Re, ma l'esperienza fu amara e segnata dalla sua incapacità di comprendere la realtà meridionale, portandolo infine alle dimissioni e al declino fisico e mentale. Questo intreccio di biografie individuali e destini collettivi dimostra come Bologna non fosse un'isola, ma un tassello cruciale e problematico di un mosaico nazionale in costruzione.

Riflessioni conclusive: Tra entusiasmo e realismo storico

Il periodo 1860-1864 a Bologna non può essere ridotto a una narrazione agiografica di celebrazione unitaria, né a una cronaca di mera oppressione fiscale. Fu un'epoca di trasformazione radicale in cui la città cercò di ridefinire se stessa all'interno di una cornice moderna.

L'entusiasmo del 12 marzo 1860 fu reale e sincero: la popolazione bolognese desiderava la fine del governo pretesco e vedeva in Vittorio Emanuele II il simbolo della libertà e del progresso civile. Tuttavia, la mancanza di sensibilità sociale della Destra Storica e la fretta nell'imporre un modello amministrativo estraneo alle tradizioni locali crearono i presupposti per la rivolta del 1864. Quegli eventi contribuirono significativamente a formare la coscienza politica di Bologna, trasformandola in quella "città rossa" e democratica che avrebbe giocato un ruolo di primo piano nella storia italiana del XX secolo.

Oggi, i documenti conservati presso il Museo Civico del Risorgimento e la lapide nel cortile del Palazzo Comunale ricordano quei 76.276 "Sì" che cambiarono il destino di Bologna. Ma è nella memoria dei moti del pane e nelle lotte della Società Operaia che si ritrova l'anima più autentica di una città che, pur scegliendo l'unificazione nazionale, non rinunciò mai alla lotta per i diritti e la dignità delle sue classi popolari.

Aggiornato al 01/04/2026