La ferita di via Rizzoli: la demolizione delle torri Artenisi, Riccadonna e Guidozagni e la trasformazione urbanistica di Bologna (1916-1919)
Nel panorama della storiografia urbanistica italiana, la vicenda dello sventramento dell'antico Mercato di Mezzo a Bologna rappresenta uno dei casi di studio più complessi e dibattuti circa il rapporto tra modernizzazione delle infrastrutture cittadine e salvaguardia del patrimonio storico. Tra il 1916 e il 1919, l'attuazione del Piano Regolatore Generale portò alla luce e alla successiva definitiva demolizione di tre torri medievali inglobate nell'edificato storico: la Torre Guidozagni, la Torre Artenisi e la Torre Riccadonna. L'abbattimento di queste strutture, avvenuto a poca distanza dalle iconiche Due Torri (Asinelli e Garisenda), scatenò uno scontro ideale, politico e culturale di portata nazionale. La vicenda vide contrapposti da un lato le istituzioni comunali, la stampa locale e gli ingegneri orientati al rinnovamento viario e speculativo, e dall'altro intellettuali del calibro di Gabriele D'Annunzio, accademici come Giorgio Del Vecchio e istituzioni preposte alla tutela monumentale.
Il contesto storico-urbanistico: il Piano Regolatore del 1889 e lo sventramento del Mercato di Mezzo
La trasformazione del centro storico bolognese trova le sue radici teoriche nei primi progetti di riassetto post-unitario, culminati nell'approvazione del Piano Regolatore Generale (PRG) del 1889. Il piano, elaborato sulla scorta degli studi avviati nel 1860 dall'ingegnere e architetto Raffaele Faccioli, rispondeva alle esigenze dell'epoca: garantire una migliore circolazione viaria, incrementare l'igiene pubblica mediante l'abbattimento di tessuti urbani ad alta densità ed eliminare le vie anguste di origine medievale. L'area del Mercato di Mezzo, snodo commerciale compreso tra Piazza Maggiore e Piazza Ravegnana, era caratterizzata da una fitta trama di vicoli legati alle antiche corporazioni artigiane.
I lavori di abbattimento ebbero inizio ufficialmente il 18 dicembre 1909. Il piano di intervento prevedeva l'allargamento dell'asse viario che avrebbe preso il nome di via Rizzoli e la ristrutturazione dei lotti adiacenti attraverso sventramenti sistematici. Tale politica urbanistica si inseriva nel solco dell'Haussmannizzazione, modello prediletto dalle amministrazioni dell'epoca, che tuttavia comportò l'azzeramento di gran parte dell'edilizia storica e la demolizione della cerchia muraria trecentesca avvenuta tra il 1902 e il 1904.
Le demolizioni procedettero per lotti successivi. Durante le operazioni condotte sul terzo lotto di edificazione, situato in prossimità del Palazzo della Mercanzia e di fronte alle case Reggiani, la spogliazione dei rivestimenti e l'abbattimento delle strutture abitative più recenti rivelarono la presenza di imponenti corpi murari medievali. Tra il 1915 e il 1916 riemersero i tronconi di tre torri civiche: la Guidozagni (detta anche Conforti), l'Artenisi (o Artemisia) e la Riccadonna (già Pepoli).
Le torri riemerse: profilo storico-architettonico e consistenza materiale
Il ritrovamento delle torri ripropose in maniera dirompente la questione della conformazione urbana della Bologna medievale. Nel Duecento la città contava decine di strutture turrite, concepite sia come strumenti strategico-militari di difesa sia come simboli ostentativi del potere politico ed economico delle famiglie aristocratiche e mercantili. Con il passare dei secoli, molte di queste torri vennero ridotte in altezza, modificate o inglobate negli isolati residenziali di epoca rinascimentale e moderna.
La riemersione simultanea delle torri Artenisi, Riccadonna e Guidozagni mise in luce un complesso edilizio di eccezionale valore documentario. La loro disposizione spaziale, dislocata a pochi metri di distanza dalla Torre degli Asinelli e dalla Torre della Garisenda, offriva una testimonianza tangibile dell'impianto viario duecentesco. Le strutture presentavano la classica tecnica costruttiva felsinea: fondamenta in blocchi di selenite, murature a sacco ad alto spessore ed elevazioni in laterizio scandite da buche pontaie.
Non si trattò di un caso isolato. Già nei primi anni del Novecento, durante i primi lotti di sventramento nell'area compresa tra Piazza Re Enzo e la Mercanzia, l'attività edilizia aveva portato alla distruzione di altre strutture turrite storiche, quali le torri Atticonti, Tencarari e Tantidenari (quest'ultima nota come torre "dei Telefoni"). Tuttavia, la concentrazione spaziale di Artenisi, Riccadonna e Guidozagni attorno alle Due Torri aprì la concreta prospettiva di un ridisegno urbano capace di integrare i reperti nel nuovo assetto viario.
| Torre | Epoca di Costruzione | Localizzazione Origine | Caratteristiche Strutturali e Dimensioni | Esito e Data Demolizione |
| Guidozagni (o Conforti) |
Inizio XIII Secolo |
Via Albiroli / Area Mercato di Mezzo |
Troncone di circa 20-22 metri, conservante l'arco d'accesso originario alla base. Severamente compromessa sul piano statico. |
Demolita nell'aprile 1917. |
| Artenisi (o Artemisia) |
XIII Secolo |
Angolo tra via Caprarie e scomparsa via Giubbonerie |
Incastonata nei fabbricati residenziali, muratura a sacco in laterizio con paramento in selenite alla base. |
Demolita nel marzo 1919. |
| Riccadonna (già Pepoli) |
XIII Secolo |
Presso il Palazzo della Mercanzia e Piazza Ravegnana |
Casa-torre d'impianto nobiliare, posizionata in stretta prossimità con le Due Torri. |
Demolita nel marzo 1919. |
Lo scontro ideologico e le dinamiche di mobilitazione sociale
La scoperta dei resti turriti scatenò un acceso dibattito pubblico che valicò i confini bolognesi, trasformandosi in una vertenza nazionale sul valore della memoria storica nell'urbanistica moderna. L'opinione pubblica, il mondo accademico e la classe politica si divisero nettamente tra sostenitori della tutela e propugnatori dell'abbattimento.
Il fronte della conservazione trovò un solido punto di riferimento nel professor Giorgio Del Vecchio, docente di filosofia del diritto presso l'Ateneo bolognese. Del Vecchio promosse un'ampia petizione popolare destinata alle autorità cittadine e nazionali per richiedere il blocco delle demolizioni e la variante dei progetti di allargamento. A tale iniziativa aderì con forza Gabriele D'Annunzio, il quale inviò al docente una celebre lettera il 21 aprile 1917. L'epistola, diffusa prima sul mensile del Touring Club Italiano con il titolo Per la salvezza di tre storiche torri bolognesi, venne poi pubblicata da L'Avvenire d'Italia e dal Corriere della Sera il 27 aprile 1917. D'Annunzio denunciò con toni veementi quello che definì un imminente sacrilegio perpetrato dalla speculazione a danno della memoria storica della città.
A sostegno delle torri si schierarono importanti istituzioni culturali, tra cui il Comitato per Bologna Storico-Artistica, la Commissione per la conservazione dei monumenti dell'Emilia e la Società "Francesco Francia". Sul piano delle tutele statali e dell'architettura si espressero figure di rilievo come Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, il soprintendente Luigi Corsini e l'architetto Guido Cirilli. Fin dal 1909, l'architetto Alfonso Rubbiani, coordinatore del Comitato per Bologna Storico-Artistica, assieme all'ingegnere Gualtiero Pontoni, aveva proposto un piano urbanistico alternativo volto a preservare le preesistenze devando il tracciato stradale. L'aspirazione a preservare tale patrimonio trovò anche espressione pittorica nel dipinto di Fabio Fabbi intitolato Le quattro torri di Bologna (1917-1919), nato per testimoniare la potenziale configurazione della piazza con la presenza congiunta dei monumenti medievali.
Sul versante opposto, la fazione favorevole alla demolizione condusse un'aggressiva campagna di persuasione. Il quotidiano Il Resto del Carlino, in un articolo del 9 luglio 1916, criticò severamente i difensori del patrimonio, accusandoli di un'ingiustificata venerazione per le strutture antiche a scapito dell'estetica moderna e del traffico. Dalle pagine del foglio d'opinione La Striglia, l'ingegnere Giuseppe Ceri attaccò duramente gli intellettuali conservatori, definendo le posizioni di D'Annunzio "dannunziane coglionerie" e deridendo l'ipotesi di conservare dei "mozziconi" di torre a ridosso dell'Asinelli. Ceri sollecitò a più riprese la giunta comunale affinché procedesse spedita con i picconi.
I fattori economico-politici e l'epilogo delle demolizioni
La determinazione nell'eseguire l'abbattimento fu dettata da precise motivazioni finanziarie, amministrative e sociali che condizionarono l'operato delle istituzioni. Il Comune di Bologna aveva alienato il terreno del terzo lotto all'Amministrazione Provinciale per la somma di un milione di lire dell'epoca — equivalente a circa 30 milioni di euro contemporanei — per permettere la costruzione della nuova sede provinciale. Modificare il progetto originale per isolare le tre torri avrebbe costretto il Comune a restituire i fondi e ad affrontare gravose penali in un momento storico segnato dalle difficoltà economiche del primo conflitto mondiale.
A guidare l'amministrazione comunale era il sindaco socialista Francesco Zanardi, noto come il "sindaco del pane" per l'istituzione dei calmieri e l'assistenza alle fasce deboli durante la Grande Guerra. La giunta Zanardi considerò il completamento di via Rizzoli e dei cantieri edili come un canale essenziale per garantire l'occupazione della manodopera cittadina e ammodernare la rete viaria. Di fronte alle esitazioni iniziali, stigmatizzate dalla stampa di settore che soprannominò ironicamente il sindaco "tentennìno", l'amministrazione optò per la linea dell'intransigenza.
Sul piano delle tutele statali, il Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti ordinò nell'agosto 1916 l'isolamento temporaneo dei manufatti per consentirne il rilevamento. Tuttavia, nel maggio 1917, investito nuovamente dal Comune, il Consiglio declinò ogni responsabilità decisionale, lasciando piena autonomia all'ente locale. Non servì a fermare le demolizioni nemmeno l'offerta straordinaria del Ministero della Pubblica Istruzione, che mise a disposizione 100.000 lire quale indennizzo per salvare le strutture.
La fase operativa dell'abbattimento si articolò tra il 1917 e il 1919. La Torre Guidozagni fu la prima a essere demolita nell'aprile del 1917, giustificata dalle precarie condizioni statiche dell'arco di base. Per le torri Artenisi e Riccadonna, l'atto finale giunse a guerra conclusa: il 20 gennaio 1919 il soprintendente Corsini prese atto delle decisioni comunali tramite telegramma, e nel marzo 1919 i picconi rasarono al suolo gli ultimi resti delle due strutture.
| Anno / Data | Evento Storico e Urbanistico | Impatto sul Centro Storico |
| 11 Aprile 1889 |
Approvazione del Piano Regolatore Generale di Bologna. |
Definizione del progetto di allargamento del Mercato di Mezzo. |
| 18 Dicembre 1909 |
Avvio ufficiale dei lavori di sventramento del Mercato di Mezzo. |
Demolizione progressiva degli isolati medievali lungo l'asse di via Rizzoli. |
| 1915 - 1916 |
Riemersione delle torri Guidozagni, Artenisi e Riccadonna nei cantieri del terzo lotto. |
Nascita del dibattito pubblico e proposta di piani alternativi di isolamento. |
| 9 Luglio 1916 |
Pubblicazione dell'articolo critico su Il Resto del Carlino. |
Inizio della campagna di stampa a sostegno delle demolizioni. |
| 21 Aprile 1917 |
Lettera aperta di Gabriele D'Annunzio a Giorgio Del Vecchio. |
Rilevanza nazionale della protesta contro la demolizione. |
| Aprile 1917 |
Demolizione della Torre Guidozagni. |
Rimozione della prima torre per motivi di sicurezza statica. |
| Maggio 1917 |
Il Consiglio Superiore di Belle Arti lascia mano libera al Comune. |
Disimpegno delle autorità tutelari statali. |
| 20 Gennaio 1919 |
Telegramma del soprintendente Corsini che autorizza la ripresa dei lavori. |
Sblocco definitivo dell'iter d'abbattimento. |
| Marzo 1919 |
Demolizione completa delle torri Artenisi e Riccadonna. |
Cancellazione del complesso turrito dal paesaggio urbano. |
| 1920 - 1927 |
Edificazione del terzo lotto, del Palazzo del Commercio e della Galleria. |
Assetto definitivo del tratto terminale di via Rizzoli verso la Mercanzia. |
Considerazioni storiografiche e riconsiderazione del danno patrimoniale
La scomparsa delle tre torri medievali di via Rizzoli rimane un passaggio emblematico nelle riflessioni sulla storiografia dell'architettura e sul restauro urbano. L'analisi degli eventi evidenzia come la decisione sia stata il risultato di una visione urbanistica del primo Novecento basata sullo sventramento igienista, destinata a essere superata dalle successive teorie sulla conservazione integrata dei centri storici.
Come evidenziato da Tiziano Costa nel volume Bologna tra le due guerre, la scelta operata dall'amministrazione Zanardi, pur sostenuta da argomentazioni sociali ed economiche cogenti per l'epoca, ha arrecato una perdita irreparabile al patrimonio culturale della città. La distruzione dei reperti ha impedito la creazione di un insigne polo monumentale attorno a Piazza Ravegnana, privando la storiografia di un contesto architettonico unico e modificando in maniera irreversibile il profilo del centro storico bolognese.