L'assalto al carcere di San Giovanni in Monte: l'audace blitz dei GAP che cambiò la Resistenza a Bologna
La genesi del reclusorio: da convento a bastione della repressione nazifascista
Il Complesso di San Giovanni in Monte, situato nel cuore del centro storico di Bologna, rappresenta un luogo di stratificazione storica millenaria, in cui le dinamiche del potere e della reclusione si sono intrecciate nel corso dei secoli. Sorto originariamente su un'area occupata fin dall'antichità e sviluppatosi come imponente monastero dei Canonici Regolari, il complesso subì una radicale trasformazione in epoca napoleonica. Fu proprio l'amministrazione imperiale francese a decretarne la sconsacrazione e la riconversione in istituto carcerario, un ruolo di coercizione e vigilanza che la struttura mantenne ininterrottamente fino alle soglie della fine del Novecento, prima di essere definitivamente ceduta all'Università di Bologna per ospitare il Dipartimento di Storia Culture Civiltà.
Durante il ventennio fascista e, in modo ancor più drammatico, nei venti mesi di occupazione tedesca seguiti all'armistizio dell'8 settembre 1943, San Giovanni in Monte si impose come il principale strumento di controllo sociale e di repressione politica nella cosiddetta Sperrzone bolognese. Sotto la gestione diretta della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e sotto la costante supervisione dei comandi delle SS e del braccio investigativo della Sicherheitspolizei e del Sicherheitsdienst (Sipo-SD), le celle del carcere si riempirono di oppositori politici, partigiani, renitenti alla leva e civili rastrellati.
L'organizzazione dello spazio carcerario rispondeva a una logica di decongestionamento e, al contempo, di costante minaccia: i prigionieri non erano considerati semplici detenuti in attesa di giudizio, bensì ostaggi strategici. Per ogni attacco condotto dalle avanguardie partigiane contro i soldati della Wehrmacht o contro gli esponenti di spicco del fascismo repubblicano, la rappresaglia nazifascista attingeva direttamente dalle liste dei reclusi di San Giovanni in Monte, conducendo i condannati dinanzi ai plotoni d'esecuzione del Poligono di Tiro di via Agucchi o nei calanchi di Sabbiuno.
L'estate di sangue del 1944 e l'intelligence partigiana
Nel luglio del 1944, Bologna viveva una fase di estrema tensione militare e civile. Le truppe alleate stavano risalendo la penisola, avendo liberato le Marche e apprestandosi a raggiungere Firenze, mentre la popolazione bolognese affrontava lo spettro del razionamento alimentare, dell'affollamento dovuto ai profughi e dei devastanti bombardamenti aerei che avevano spinto gran parte degli abitanti a sfollare verso le colline e le campagne. In questo scenario, la 7ª Brigata Gruppi d'Azione Patriottica (GAP) "Gianni Garibaldi" intensificò le operazioni di sabotaggio urbano. La reazione fascista si fece spietata: gli arresti eccellenti di quadri della Resistenza si moltiplicarono, e la minaccia di fucilazioni preventive venne esplicitamente annunciata sulle colonne degli organi di stampa del regime.
La necessità di salvare la vita ai compagni incarcerati spinse il Comando Unico partigiano e il Comitato di Liberazione Nazionale Emilia-Romagna (CLNER) a pianificare un'evasione di massa dal carcere. Un primo piano, elaborato nel mese di luglio, tentò di sfruttare una via di fuga puramente endogena. Le bombe alleate cadute sull'Hotel del Corso, in via Santo Stefano, e sulla chiesa attigua al reclusorio avevano creato vistosi varchi nelle mura perimetrali. Il piano originario prevedeva che i detenuti politici evadessero autonomamente dall'interno sfruttando tali macerie, mentre i gappisti avrebbero dovuto attendere all'esterno per scortarli in luoghi sicuri. Tuttavia, la rigidità della sorveglianza interna e l'impossibilità di coordinare l'azione oltre le spesse inferriate delle celle determinarono il fallimento del tentativo.
Questo insuccesso impose un radicale mutamento di strategia: l'evasione non poteva essere affidata all'iniziativa dei reclusi, ma richiedeva un attacco esogeno, un blitz militare pianificato fin nei minimi dettagli logistici. L'azione di intelligence si avvalse di canali informativi interni ed esterni. Bruno Gualandi, noto come "Aldo", vicecomandante della 7ª GAP ed ex perseguitato politico che aveva già scontato anni di reclusione contraendo la tubercolosi nelle carceri fasciste, riuscì a stringere un accordo con un agente di custodia compiacente. Quest'ultimo fornì dettagli inestimabili sui turni di guardia e sulla disposizione delle chiavi. Parallelamente, Verenin Grazia, influente segretario del CLNER, trasmise informazioni cruciali per mappare i movimenti dei reparti di sicurezza nazifascisti in città.
La notte del 9 agosto 1944: la beffa tattica della 7ª GAP
La pianificazione del blitz venne perfezionata in una base clandestina situata in via Leonello Spada, nel rione operaio della Bolognina, mentre il punto di riunione finale del commando fu fissato in un'abitazione di via Calvart, messa a disposizione da una famiglia di sfollati antifascisti. Il commando era composto da dodici uomini scelti, di cui dieci gappisti e due sappisti (membri delle Squadre di Azione Patriottica). La tattica stabilita si basava sulla dissimulazione e sul depistaggio: simulare la consegna di pericolosi "ribelli" partigiani catturati da pattuglie miste italo-tedesche.
La logistica dei travestimenti richiese il recupero di divise e armamenti dai depositi segreti della Resistenza. Tre gappisti, Bernardino Menna "Napoli", Lino Michelini "William" e Arrigo Pioppi "Bill", indossarono uniformi tedesche della Wehrmacht. Tra di essi, un partigiano originario di Castel Maggiore interpretava il ruolo cruciale del tenente tedesco grazie a una perfetta padronanza della lingua germanica. Altri cinque partigiani, Massimo Barbi, Nello Casali "Romagnino", Bruno Gualandi, Vincenzo Sorbi "Walter" e Roveno Marchesini "Ezio", vestirono le divise nere della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). I restanti quattro gappisti fungevano da finti prigionieri politici, legati e apparentemente sottomessi.
La sera del 9 agosto 1944, alle ore 21:45, il commando si mise in movimento a bordo di due autovetture Fiat 1100, faticosamente recuperate grazie alla complicità di una ditta di conserve e marmellate e del corpo dei Vigili del Fuoco. L'orario di partenza era stato calcolato matematicamente: era noto che tra le 22:00 e le 22:15 la ronda armata di vigilanza fascista si sarebbe trovata nel punto di massima distanza dal carcere. Per eludere la sorveglianza e i posti di blocco nella città oscurata, i fari delle vetture erano parzialmente coperti da schermature blu. Su ogni vettura viaggiavano sei uomini: quattro all'interno e due all'esterno, aggrappati ai parafanghi con le gambe strette attorno ai fanali per non scivolare lungo le curve del centro storico.
Arrivate dinanzi all'imponente portone di San Giovanni in Monte, le auto si arrestarono. I finti militari balzarono a terra e, recitando la parte dei catturatori con eccezionale realismo, iniziarono a colpire e spintonare i finti prigionieri verso l'ingresso, urlando insulti in italiano e tedesco. Dinanzi all'esitazione del militare di guardia alla porta interna, che obiettava di non aver ricevuto alcuna notifica per un ingresso fuori orario, il finto tenente tedesco andò in escandescenze. Gridando ordini perentori ("Schnell, schnell! Presto!") e agitando la pistola d'ordinanza, terrorizzò la sentinella fino a costringerla ad aprire il pesante portone, che si richiuse immediatamente alle spalle del gruppo d'assalto.
Una volta all'interno, la messinscena si trasformò in un'azione fulminea. Otto partigiani penetrarono negli uffici delle guardie, immobilizzarono il personale di custodia, disarmarono le sentinelle e recisero le linee telefoniche esterne, mentre quattro rimasero all'esterno per coprire la via di fuga. Impossessatisi del mazzo di chiavi principali, i gappisti si diressero verso le celle della sezione maschile. Nonostante l'iniziale smarrimento dei detenuti politici, terrorizzati dall'idea di essere prelevati per un'esecuzione sommaria, il riconoscimento di compagni di lotta come Sonilio Parisini e Nerio Nannetti scatenò l'entusiasmo. In pochissimi minuti, per massimizzare il caos logistico e ostacolare le ricerche della polizia nazifascista, vennero aperte non solo le celle dei prigionieri politici, ma anche quelle dei detenuti comuni, dando il via a una colossale fuga di circa 340 persone.
Il salvataggio dei feriti e il destino degli evasi
Durante le concitate fasi della ritirata, un imprevisto rischiò di compromettere l'esito dell'operazione. All'esterno del reclusorio, un brigatista nero di guardia rifiutò di arrendersi e impugnò la pistola, ingaggiando un violento conflitto a fuoco a bruciapelo con Lino Michelini "William". Michelini rispose al fuoco colpendo la guardia allo stomaco con una raffica di mitra, ma fu a sua volta ferito gravemente a entrambe le gambe. Nonostante l'intenso dolore e la menomazione fisica che lo avrebbe segnato per il resto della vita, Michelini rimase in piedi appoggiato a una delle auto per garantire la copertura dell'evacuazione. La sparatoria impedì tuttavia al commando di raggiungere la sezione femminile del carcere, dove l'allarme venne infine lanciato dall'unico telefono rimasto isolato all'interno degli uffici della direzione.
Mentre centinaia di evasi si disperdevano tra i vicoli bui di Bologna, il commando dovette provvedere alla salvezza del compagno ferito. Michelini venne trasportato d'urgenza nella base di via Spada, dove un medico compiacente della Resistenza effettuò i primi interventi chirurgici d'emergenza in condizioni di estrema precarietà. Due giorni dopo, per sfuggire ai rastrellamenti sistematici avviati in tutta la città, il gappista ferito fu nascosto sotto le coperte di un calesse e trasferito segretamente a Porta Zamboni, trovando rifugio sicuro nell'abitazione di due infermiere dell'Istituto Ortopedico Rizzoli.
Per molti degli evasi e dei componenti del commando, la libertà riconquistata si rivelò drammaticamente breve. Il destino di Nerio Nannetti illustra efficacemente la precarietà dell'esistenza nella clandestinità partigiana: inviato subito dopo la fuga presso il distaccamento della 7ª GAP operante nelle campagne di Anzola dell'Emilia, Nannetti mise la propria solida preparazione ideologica e militare al servizio dell'addestramento dei giovani patrioti di pianura, prima di cadere eroicamente in combattimento il 3 settembre 1944, appena venticinque giorni dopo l'evasione. Altri importanti protagonisti del blitz e della Resistenza bolognese incontrarono la morte nei mesi successivi, come documentato dalle ricerche storiche dell'Istituto Parri :
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Nello Casali "Romagnino": gappista travestito da milite fascista durante l'assalto, cadde in combattimento prima della Liberazione.
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Roveno Marchesini "Ezio": membro del commando di via Calvart, catturato e giustiziato dalle forze di repressione.
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Monaldo Calari: comandante partigiano evaso dal carcere, ucciso in azione poche settimane dopo la fuga.
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Giovanni Martini "Paolo": catturato nei primi giorni di dicembre 1944 dalle Brigate Nere, fu rinchiuso nella caserma di via Borgolocchi, dove resistette a torture atroci che gli fracassarono la scatola cranica senza mai tradire i compagni, spirando il 15 dicembre 1944. Alla sua memoria fu intitolata la 2ª Brigata Garibaldi.
La reazione nazifascista e l'escalation del terrore a Bologna
Il successo clamoroso del blitz di San Giovanni in Monte inferse un colpo durissimo al prestigio militare della Repubblica Sociale Italiana e dei comandi tedeschi. Nel tentativo di minimizzare la portata della smentita logistica, il Questore di Bologna redasse un rapporto ufficiale visibilmente falsato per il governo fascista, sostenendo che l'assalto fosse stato condotto da un contingente massiccio di oltre 70 partigiani dotati di armi pesanti e mezzi blindati. Questa distorsione della realtà mirava a giustificare il clamoroso ritardo dei reparti speciali di Renato Tartarotti, giunti sul posto solo il mattino successivo all'azione adducendo la scusa della mancanza di carburante e dell'assenza di un piano coordinato di difesa urbana.
La ritorsione fascista non si fece attendere e si tradusse in una caccia all'uomo spietata. Nei giorni immediatamente successivi, la polizia fascista e i reparti della GNR riuscirono a catturare nuovamente 206 dei 340 evasi, ripristinando il regime di terrore all'interno del carcere. Chi rimase all'interno delle celle fu sottoposto a misure di sicurezza eccezionali, culminate nella tragica catena di eccidi che insanguinò la provincia di Bologna tra l'autunno del 1944 e la primavera del 1945. La tragica sorte dei detenuti politici rimasti o ricondotti a San Giovanni in Monte è emblema della violenza nazista: il 10 febbraio 1945, gli ufficiali delle SS della Sipo-SD di via Santa Chiara prelevarono dal carcere 53 detenuti politici, conducendoli presso la stazione di San Ruffillo per essere giustiziati sommariamente.
Cronologia comparativa delle azioni partigiane e della repressione a Bologna (1944-1945)
Per comprendere pienamente il ruolo propulsivo svolto dall'assalto a San Giovanni in Monte, è necessario inserire l'evento all'interno della catena di scontri militari, scioperi politici e stragi di rappresaglia che caratterizzò l'ultimo anno di guerra a Bologna. La seguente tabella offre una ricostruzione cronologica comparativa di questa intensa stagione di lotta :
| Data e Periodo | Azione Militare o Evento della Resistenza | Azione Repressiva Nazifascista e Rappresaglie |
| Luglio 1944 | Intensa attività militare della 7ª GAP; fallisce il primo tentativo passivo di fuga da San Giovanni in Monte. |
Arresto di antifascisti e dei gappisti Parisini e Nannetti; minaccia di esecuzioni preventive al Tiro a Segno. |
| 9 Agosto 1944 | Blitz gappista al carcere di San Giovanni in Monte; evasione di massa di circa 340 detenuti. |
Reazione tardiva dei reparti di Tartarotti; arresto e nuova carcerazione di 206 fuggiaschi nei giorni seguenti. |
| 29 Settembre 1944 | Attacchi partigiani all'Hotel Baglioni (sede del comando tedesco) e Battaglia dell'Università. |
Rastrellamenti sistematici nel centro cittadino e intensificazione del coprifuoco militare. |
| 10 Ottobre 1944 | Azioni di sabotaggio lungo le linee di comunicazione ferroviarie della provincia. |
Strage nazista a Casalecchio di Reno; partigiani impiccati al filo spinato e fucilati alle gambe per una lenta agonia. |
| 7 Novembre 1944 | Battaglia di Porta Lame: straordinario scontro in campo aperto nel cuore di Bologna tra GAP e forze della RSI. |
Utilizzo di mezzi blindati tedeschi nel centro urbano; distruzione delle basi partigiane cittadine. |
| 10-13 Novembre 1944 | Rifondazione clandestina della Camera Confederale del Lavoro nell'ex convento di Santa Cristina. |
Sospensione delle distribuzioni annonarie e irrigidimento del controllo di polizia nelle fabbriche. |
| 15 Novembre 1944 | Battaglia della Bolognina: ultimo scontro urbano di rilievo in città; 19 gappisti assediati si difendono infliggendo forti perdite. |
Perdita di 6 vite partigiane e ferimento di altri 5 membri della 7ª GAP. |
| 9 Dicembre 1944 | Tentativi di riorganizzazione logistica dei GAP in pianura. |
Scoperta dell'infermeria partigiana clandestina in via Andrea Costa; arresto di staffette e medici. |
| 14 Dicembre 1944 | Azioni di disturbo dei reparti SAP lungo la via Emilia. |
Eccidio di Sabbiuno di Paderno: fucilazione di decine di prigionieri politici prelevati da San Giovanni in Monte. |
| 10 Febbraio 1945 | Operazioni di sabotaggio e collegamenti con le missioni alleate oltre la Linea Gotica. |
Eccidi di San Ruffillo: le SS fucilano 53 detenuti prelevati da San Giovanni in Monte a ridosso dei binari. |
| 3 Marzo 1945 | Storica "Manifestazione del sale" guidata dalle donne bolognesi per protestare contro la fame. |
Cariche della GNR sulla folla e arresti di massa di manifestanti civili. |
| 21 Aprile 1945 | Liberazione di Bologna: i reparti partigiani e le truppe alleate fanno ingresso in città ponendo fine all'occupazione. |
Ritirata disordinata delle truppe tedesche e uccisione degli ultimi ostaggi politici prima dell'abbandono dei presidi. |
L'eredità storica di William e Italiano: testimoni della Resistenza bolognese
La memoria storica dell'assalto a San Giovanni in Monte e delle epiche battaglie urbane del 1944 è indissolubilmente legata alle biografie di Lino Michelini "William" e Renato Romagnoli "Italiano". Entrambi operai della Bolognina (Michelini metalmeccanico, Romagnoli impiegato presso le Officine Civolani), incarnarono la transizione delle masse lavoratrici bolognesi dalla sottomissione autarchica alla scelta della militanza armata clandestina. Romagnoli, arrestato giovanissimo nel luglio 1943 per aver manifestato alla caduta del fascismo, era stato inviato a combattere sulle Alpi del Veneto prima che i comandi bolognesi decidessero di strutturare il fronte della guerriglia anche in pianura. Al suo rientro a Bologna, si unì alla 7ª GAP, partecipando attivamente al blitz del 9 agosto, alla battaglia di Porta Lame e a quella della Bolognina.
Nel dopoguerra, sia Michelini sia Romagnoli furono insigniti della Medaglia d'Argento al Valor Militare per le loro imprese e ricoprirono ruoli dirigenti di rilievo nel Partito Comunista Italiano e nell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) di Bologna. Michelini guidò a lungo l'ANPI provinciale fino alla sua scomparsa, avvenuta l'8 luglio 2014. A succedergli, con voto unanime del comitato direttivo, fu proprio il suo fraterno amico e compagno di armi Renato Romagnoli, il quale assunse la presidenza dell'associazione con il mandato di traghettarla verso le nuove generazioni di antifascisti. Romagnoli, spentosi il 26 maggio 2026 all'età di 99 anni, è stato l'ultimo presidente dell'ANPI bolognese ad aver partecipato direttamente alle battaglie di Liberazione, chiudendo un ciclo storico di eccezionale valore testimoniale.
Nel frattempo, lo stesso contenitore fisico di quelle vicende, il carcere di San Giovanni in Monte, ha subito una straordinaria mutazione semantica e civile. Cessata la sua funzione punitiva alla fine del Novecento, l'antico chiostro rinascimentale è stato restaurato dall'Università di Bologna. Le spesse mura che un tempo ospitavano i lamenti dei torturati e la disperazione dei condannati a morte ospitano oggi aule universitarie, biblioteche e centri di ricerca storica, offrendo un perfetto esempio di come un luogo di oppressione possa essere risemantizzato in uno spazio di libertà intellettuale e rigenerazione democratica.
Conclusioni: l'impatto strategico del blitz sulla guerriglia urbana
L'assalto del 9 agosto 1944 al carcere di San Giovanni in Monte rappresentò un momento di svolta fondamentale per l'evoluzione tattica e psicologica della Resistenza in Emilia-Romagna. Dal punto di vista strettamente militare, l'operazione dimostrò che l'apparato repressivo nazifascista, apparentemente monolitico e impenetrabile, presentava profonde vulnerabilità strutturali che potevano essere sfruttate attraverso l'impiego audace di tecniche di infiltrazione, dissimulazione e coordinamento informativo. La liberazione forzata di centinaia di detenuti inferse un colpo irreparabile al morale delle truppe di occupazione, incrinando la loro percezione di sicurezza all'interno della stessa cerchia urbana bolognese.
Sotto il profilo psicologico e sociale, il blitz ruppe l'incantesimo del terrore indotto dalle ritorsioni quotidiane del regime. L'azione dei GAP indicò alla popolazione civile che la Resistenza era in grado non solo di compiere attentati alle spalle del nemico, ma di sfidare frontalmente i gangli vitali dello Stato fascista nel cuore stesso della città occupata. Questo successo infuse nuova linfa nel movimento partigiano, preparando il terreno per le successive, epiche prove di forza della pianura e ponendo le basi per quel vasto moto di sollevazione popolare che, nell'aprile del 1945, avrebbe infine riconquistato la libertà di Bologna.