Le Fiamme della Libertà: Luigi Zamboni, Giovanni Battista De Rolandis e la Nascita del Tricolore Italiano nella Bologna Pontificia

 

I. Introduzione: Bologna al Crocevia del Cambiamento

Alla fine del XVIII secolo, Bologna si presentava come una città intrisa di storia e tradizioni secolari, un crocevia di influenze che la rendevano un punto nevralgico nel panorama italiano. Sotto il dominio dello Stato Pontificio, la città vantava una peculiare forma di "Governo misto", un intricato sistema di coesistenza tra le magistrature cittadine, quali il Senato, il Gonfaloniere e gli Anziani, e la figura del Legato pontificio, rappresentante diretto del Papa. Questo assetto istituzionale, definito con precisione già nel 1447 da Niccolò V, prevedeva una complessa interazione di poteri e prerogative, sinteticamente espressa dal motto: "Niente può il Legato senza il Senato, niente il Senato senza il Legato".

Tuttavia, questo equilibrio secolare era destinato a essere scosso dalle profonde trasformazioni che stavano investendo l'Europa. Gli ideali della Rivoluzione Francese – libertà, uguaglianza e fraternità – iniziarono a risuonare ben oltre i confini francesi, trovando eco anche nella penisola italiana, tradizionalmente più conservatrice. A Bologna, in particolare, un crescente malcontento covava sotto la superficie del governo papale. Le politiche fiscali, come l'introduzione del "testatico", e la percezione di una progressiva erosione delle antiche prerogative locali alimentavano un diffuso desiderio di cambiamento, creando un terreno fertile per l'emergere di sentimenti rivoluzionari.

In questo contesto di fermento, emersero due giovani figure: Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis. Studenti ferventi e idealisti, essi si posero come pionieri di una lotta per la libertà italiana, destinati a diventare simboli del nascente Risorgimento. La loro congiura, sebbene destinata a un epilogo tragico, non fu un semplice fallimento, ma un atto simbolico cruciale che accese le prime fiamme del movimento risorgimentale e diede origine a un simbolo destinato a unire la nazione: il Tricolore italiano.

La peculiare autonomia di Bologna, lungi dall'attenuare il malcontento, finì per fungere da catalizzatore per le aspirazioni rivoluzionarie. La memoria di antichi privilegi e di un "glorioso passato" fece sì che ogni tentativo pontificio di centralizzazione o di imposizione fiscale fosse percepito non come un semplice atto di governo, ma come una lesione diretta a diritti consolidati. Questo contesto rendeva la città particolarmente ricettiva alle nuove idee di libertà, che trovavano risonanza in un desiderio preesistente di ripristinare o rafforzare il proprio autogoverno. La complessa architettura istituzionale e la consapevolezza di una storia gloriosa, quindi, trasformarono Bologna in un ambiente particolarmente volatile e predisposto all'emergere di idee radicali, spiegando perché la congiura Zamboni-De Rolandis, pur su piccola scala, prese forma proprio qui.

 

II. Bologna Sotto il Dominio Papale: Una Città di Contraddizioni

Il governo di Bologna alla fine del XVIII secolo era un esempio emblematico delle contraddizioni che affliggevano lo Stato Pontificio. La città era retta da un sistema di "Governo misto", una diarchia in cui il potere esecutivo era formalmente condiviso tra il Cardinale Legato, nominato direttamente dal Papa per un mandato triennale, e il Senato, espressione dell'aristocrazia cittadina. Il Legato risiedeva nel Palazzo Pubblico, oggi Palazzo d'Accursio, dove nel 1630 era stata eretta la Sala Urbana per celebrare il secolare governo pontificio attraverso gli stemmi dei Legati e dei Pontefici. Il Senato, istituito da Papa Giulio II nel 1506, si riuniva nell'attuale Sala del Consiglio Comunale e fungeva da massimo organo legislativo, guidato da un Gonfaloniere di Giustizia eletto a rotazione ogni due mesi.

Nonostante l'integrazione nello Stato della Chiesa, Bologna manteneva una notevole autonomia, tanto da autoproclamarsi una "Repubblica bolognese" in virtù dei suoi privilegi. Questa autonomia si estendeva a settori cruciali come il sistema fiscale, monetario e doganale, che operavano in modo sostanzialmente indipendente dal resto dello Stato Pontificio. La Gabella Grossa, ad esempio, era gestita autonomamente da un collegio di dodici dottori universitari e sette senatori, e i suoi proventi erano destinati al finanziamento dell'Università e al salario dei professori, dimostrando un profondo controllo locale su risorse vitali. Anche l'organizzazione militare cittadina, con milizie locali reclutate dal contado, era separata dall'esercito papale.

Tuttavia, questa facciata di autonomia celava crescenti tensioni. Nonostante i privilegi, la Santa Sede cercava progressivamente di svuotare le istituzioni locali del loro effettivo potere politico e amministrativo. Questa percepita erosione delle "antiche prerogative e privilegi" alimentava un forte desiderio tra l'aristocrazia e la popolazione bolognese di "restituire alla Città stessa la sostanza del suo antico governo". Le politiche fiscali pontificie, come l'introduzione del "testatico" (una tassa sulla persona), divennero un significativo punto di frizione tra il Reggimento locale e il governo papale. Il malcontento era palpabile, con l'oligarchia cittadina che aveva progressivamente perso sia il potere economico che l'autorità politica, e la popolazione che avvertiva il peso di un governo percepito come oppressivo.

La struttura del "Governo misto" a Bologna, con la sua intrinseca dualità tra autorità papale e aspirazioni locali, creò un terreno fertile per potenziali conflitti. Questa coesistenza di poteri, sebbene concepita per una governance condivisa, generava una tensione costante tra la centralizzazione pontificia e il desiderio del Senato di preservare le "antiche prerogative". Ogni politica papale che contrastasse con queste tradizioni locali era destinata a innescare resistenza. La città era quindi particolarmente sensibile alle idee rivoluzionarie che promettevano una "nuova forma di governo" basata su libertà e uguaglianza, poiché queste risuonavano con le preesistenti lamentele istituzionali. La complessa architettura istituzionale di Bologna, che le conferiva uno status unico, la rendeva anche vulnerabile a frammentazioni politiche interne e all'influenza rivoluzionaria esterna. L'élite locale, abituata a un certo grado di autogoverno, potrebbe aver visto nel modello rivoluzionario francese non una rottura totale, ma un mezzo per ripristinare o rafforzare i propri "diritti antichi" contro l'assolutismo papale, aprendo così, forse involontariamente, la strada a cambiamenti più radicali.

 

III. L'Influenza Rivoluzionaria: Gli Ideali Francesi in Italia

La fine del XVIII secolo fu un periodo di profonda trasformazione per l'Europa, e l'Italia non fece eccezione. Gli ideali dell'Illuminismo, originati in Inghilterra ma diffusisi ampiamente grazie all'intermediazione dei philosophes francesi, avevano già cominciato a influenzare il pensiero italiano, trovando terreno fertile in città del nord come Parma e in centri meridionali come Napoli e la Sicilia. Questo fermento intellettuale preparò il terreno per l'accoglienza delle idee rivoluzionarie provenienti dalla Francia.

La Rivoluzione Francese, con la sua forza simbolica e la sua capacità di spazzare via l'Antico Regime in modo "istantaneo e violento", affermando principi come l'"uguaglianza di fronte alla legge", ebbe un impatto profondo.3 Questi ideali risuonarono potentemente tra coloro che soffrivano sotto regimi assolutisti o tradizionali, alimentando aspirazioni di libertà e autogoverno.

Il vero spartiacque per la penisola italiana fu la Campagna d'Italia condotta da Napoleone Bonaparte tra il 1796 e il 1797. Questa serie di operazioni militari, parte della Guerra della Prima Coalizione contro le potenze monarchiche europee, ebbe un impatto trasformativo. L'Armata d'Italia, sotto la guida di Napoleone, mirava a sconfiggere il Regno di Sardegna, il Sacro Romano Impero e lo Stato Pontificio. Le vittorie francesi furono rapide e decisive, con la sconfitta del Regno di Sardegna (che portò all'Armistizio di Cherasco nell'aprile 1796) e le successive battaglie contro l'esercito austriaco a Lodi, Borghetto, Castiglione, Arcole e Rivoli.

L'avanzata francese ebbe conseguenze dirette e immediate sullo Stato Pontificio. Napoleone costrinse Papa Pio VI a firmare l'Armistizio di Bologna il 23 giugno 1796, che impose la cessione di territori chiave come Bologna, Ferrara e Ancona, oltre a un ingente tributo finanziario e la requisizione di opere d'arte. Questo armistizio fu poi aggravato dal Trattato di Tolentino nel febbraio 1797, che consolidò ulteriormente il controllo francese su queste Legazioni.

La presenza francese portò alla formazione delle cosiddette "repubbliche sorelle", nuovi stati strettamente legati alla Francia. Tra queste, la Repubblica Transpadana (istituita a Milano il 15 ottobre 1796) e la Repubblica Cispadana, che si formò nell'ottobre 1796 e vide Bologna diventare la sua capitale tra aprile e maggio 1797. Queste due entità si sarebbero poi fuse per formare la Repubblica Cisalpina. La campagna napoleonica confermò la predominante influenza francese in Italia, specialmente tra le élite peninsulari. È importante notare, tuttavia, che l'iniziale tentativo di Napoleone di identificarsi con il nazionalismo italiano fu in parte minato da saccheggi e tasse imposte, che alienarono alcuni settori della popolazione.

La Rivoluzione Francese agì da catalizzatore, non da unica origine, del sentimento rivoluzionario italiano. Sebbene gli ideali francesi fornirono un potente quadro ideologico e l'impulso militare di Napoleone creò nuove strutture repubblicane, il sentimento rivoluzionario in Italia non nacque dal nulla. Piuttosto, esso amplificò e fornì un modello per le preesistenti lamentele locali e le aspirazioni di riforma o autonomia, come dimostrato dalle tensioni di lunga data di Bologna con lo Stato Pontificio. La "timida ripresa dell'economia italiana" e la diffusione delle idee illuministe  una dinamica interna già in atto, che rendeva l'Italia ricettiva all'influenza francese, piuttosto che una semplice ricevente passiva. L'intervento francese, e in particolare le azioni di Napoleone, servirono da "innesco" che trasformò il malcontento latente in azione politica manifesta. Smantellando "regimi plurisecolari"  e creando nuove strutture repubblicane, la Francia offrì l'opportunità pratica ai patrioti italiani di sperimentare nuove forme di governo, anche se inizialmente erano "protetti della Francia". Questo sottolinea una complessa interazione tra forza esterna e prontezza interna, piuttosto che una semplice imposizione di idee straniere.

 

IV. Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis: Architetti di un Sogno

In un'epoca di profondi mutamenti, due giovani studenti emersero a Bologna come figure centrali di un nascente movimento per la libertà italiana: Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis. La loro storia è intrinsecamente legata all'alba del Risorgimento e alla genesi del simbolo nazionale italiano.

Luigi Zamboni: L'Idealista Ardente

Luigi Zamboni nacque a Bologna il 12 ottobre 1772, figlio di Giuseppe, un commerciante di stoffe, e Brigida Borghi.5 La sua formazione presso l'Università di Bologna, dove studiò giurisprudenza, lo espose precocemente agli ideali di libertà e indipendenza che si diffondevano in Europa.5 La sua vocazione politica si manifestò già a diciassette anni, attraverso audaci volantinaggi, sebbene a volte imperfetti nell'ortografia, ma intrisi di una passione ardente. Su uno dei suoi manifesti si leggeva: "Fidi patrioti! Siete invitati a radunarvi nella Montagnola... armati per difendere e sostenere i diritti antichi della Patria e la libertà. Spirito e coraggio".5 Questa attività precoce attirò l'attenzione vigile del legato pontificio, che temeva che Bologna potesse diventare un focolaio di sentimenti filo-giacobini.5

 

L'audacia di Zamboni lo portò a viaggiare a Marsiglia, in Corsica e in Sardegna, dove osò dichiarare San Pietro "Isola della Libertà", istituendo persino un governo provvisorio ispirato alla Francia rivoluzionaria.5 Il suo obiettivo ultimo, tuttavia, rimaneva la liberazione di Roma.5 In un'ulteriore dimostrazione della sua determinazione, si infiltrò nella guardia pontificia sotto il falso nome di Luigi Rinaldi, con l'incarico di spiare le forze militari del Papa Pio VI.5

Giovanni Battista De Rolandis: Il Compagno Fedele

Giovanni Battista De Rolandis nacque a Castell'Alfero, in provincia di Asti, il 24 giugno 1774.9 Dopo aver frequentato per un periodo il seminario, si iscrisse all'Università di Bologna, dove fu ospitato nel Collegio della Viola, fondato per facilitare la permanenza degli studenti piemontesi in città.9 Nonostante le rigide regole del collegio, De Rolandis si dedicava a frequenti fughe notturne e si associava con Luigi Zamboni e altri giovani del "Circolo degli amici patriotti", tutti "infiammati alle moderne idee di libertà".9 La sua lealtà a Zamboni sarebbe rimasta incrollabile fino alla fine.5

La Nascita de "La Congiura dei Patrioti Bolognesi"

Nella primavera del 1794, Zamboni e De Rolandis si incontrarono nell'ambiente universitario e, condividendo un'ardente visione di libertà, organizzarono una società segreta: "La congiura dei patrioti bolognesi".5 Questa associazione si ispirava al modello massonico trasformatosi a Marsiglia con lo scoppio della Rivoluzione Francese. Il loro ambizioso obiettivo era rovesciare il governo pontificio a Bologna e stabilire una repubblica indipendente.5

Il fatto che la congiura abbia avuto origine tra studenti universitari, piuttosto che tra figure politiche o militari consolidate, rivela un significativo spostamento generazionale e l'emergere di un nuovo tipo di patriota. Questi giovani, istruiti e profondamente influenzati dai principi illuministi, erano animati da un idealismo che, seppur a volte ingenuo e poco pragmatico nelle sue manifestazioni , li rendeva profondamente influenti nel plasmare i primi simboli e le prime narrazioni del Risorgimento. L'ambiente universitario, con il suo fermento culturale e politico legato alla Rivoluzione Francese , fungeva da vero e proprio crogiolo per queste nuove idee. La presenza di studenti provenienti da diverse regioni, come De Rolandis dal Piemonte , facilitava inoltre la diffusione e l'interconnessione di idee e lamentele provenienti da diverse parti della frammentata penisola italiana. Questo suggerisce che le prime scintille del Risorgimento furono spesso intellettuali e ideologiche, nate in circoli accademici, prima di evolvere in movimenti popolari più ampi.

 

V. La Congiura del 1794: Un Piano Audace e Fatale

Il piano della congiura del 1794, ideato da Zamboni e De Rolandis, era audace nella sua concezione, ma tragicamente ingenuo nella sua esecuzione. L'obiettivo principale era la cacciata della guarnigione papale, in particolare delle Guardie Svizzere, il rapimento del Cardinale Legato Giovanni Andrea Archetti, la liberazione dei prigionieri politici e l'armamento della popolazione. L'intento ultimo era ripristinare il ruolo e le prerogative degli organi di governo locale, liberando Bologna dal dominio pontificio e stabilendo una repubblica indipendente. Nella loro visione più ottimistica, questo atto avrebbe innescato la liberazione di tutta l'Italia.

La sera del 13 novembre 1794, Zamboni radunò i pochi fedeli rimasti: due falegnami, un cocchiere, un mercante di bestiame e il suo devoto amico De Rolandis. Nonostante le loro grandi aspirazioni, le risorse pratiche a loro disposizione erano estremamente limitate. Il loro "arsenale" consisteva in soli otto archibugi, due pistole e quattro sciabole, acquistate da un venditore ambulante alla Montagnola. La loro speranza era di impossessarsi di ulteriori armi dalle guardie nemiche durante l'attacco, un dettaglio che sottolinea il loro idealismo ma anche una notevole mancanza di preparazione militare e realismo strategico.

È in questo contesto che la congiura di Zamboni e De Rolandis si lega indissolubilmente alla nascita del Tricolore italiano. Le coccarde, distintivo della loro rivolta, furono preparate dalla madre di Luigi, Brigida, e dalla zia Barbara Borghi, nel retrobottega del negozio di stoffe di Zamboni. Queste coccarde erano composte da tre colori distinti: il bianco e il rosso, colori tradizionali della città di Bologna (e anche di Asti, città natale di De Rolandis), a cui fu aggiunto il verde.

Giovanni Battista De Rolandis stesso spiegò il significato di questa innovativa combinazione: "Il bianco ed il rosso pure noi li abbiamo, sono i colori della città di Bologna, e gli stessi della città di Asti; uniamo ad essi il verde nel segno della speranza che tutto il popolo italiano segua la rivoluzione da noi iniziata, ed avremo la sacra coccarda dell'Italia risorta a nuova vita!". Questa scelta non fu una mera imitazione del tricolore francese (che utilizzava il blu, il bianco e il rosso), ma una deliberata e significativa adattazione, sostituendo l'azzurro con il verde per infondere un messaggio di speranza nazionale. Le coccarde variavano nella forma, alcune cucite a bottone, altre con nastri pendenti o intrecciate a bandoliera della sciabola, con le più grandi destinate ai capi e quelle più modeste ai gregari. Furono distribuite insieme ai manifesti nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1794, come parte dell'insurrezione pianificata.

La coccarda tricolore di Zamboni e De Rolandis rappresenta una fusione profonda tra l'identità locale e l'aspirazione nazionale. L'atto di combinare i colori civici tradizionali di Bologna e Asti (bianco e rosso) con un colore rivoluzionario universale (il verde, simbolo di speranza per una rivoluzione nazionale) fu un tentativo di superare il campanilismo e di costruire un'idea di nazione unita. Questo rivela una comprensione intuitiva che un movimento nazionale di successo avrebbe dovuto riconoscere e integrare le specificità regionali. La coccarda di Zamboni e De Rolandis segna un momento cruciale, sebbene prematuro, nella concettualizzazione della nazione italiana. Essa dimostra che l'idea di un'Italia unita, simboleggiata da una bandiera comune, stava emergendo dal basso, radicata nelle lamentele e nelle identità locali, ancor prima delle iniziative più strutturate come la Repubblica Cispadana. Questo rende il loro contributo al simbolismo risorgimentale ben più profondo del semplice primato cronologico.

 

Simbolismo dei Colori del Tricolore (Congiura Zamboni-De Rolandis)

La tabella seguente illustra il significato attribuito ai colori del Tricolore dai patrioti bolognesi, evidenziando la loro originale interpretazione e il legame con le tradizioni locali e le aspirazioni nazionali.

Colore Origine e Significato Originale (Francese) Significato Adottato da Zamboni e De Rolandis Riferimento
Rosso Colore della città di Parigi Colore della città di Bologna e Asti 11
Bianco Colore del Re (di Francia) Colore della città di Bologna e Asti 11
Verde Sostituzione dell'azzurro francese Simbolo della Speranza per l'Italia risorta 11

Questa rappresentazione chiarisce come i colori del Tricolore, prima della loro adozione ufficiale, fossero già stati concepiti con un preciso intento simbolico, legato sia alle identità civiche locali che a un'aspirazione unitaria per l'intera penisola.

 

VI. Tradimento, Cattura e l'Ombra delle Carceri del Torrone

Il destino della congiura di Zamboni e De Rolandis fu segnato da un'amara ironia. Nonostante l'audacia del piano e la profondità del suo simbolismo, l'operazione fu compromessa da debolezze interne e da fattori esterni. Giorni prima dell'attacco previsto per la notte tra il 13 e il 14 novembre 1794, la cospirazione fu scoperta dalle autorità pontificie a causa di un tradimento. Questa rivelazione portò a controlli diffusi in tutta la città, spingendo molti dei ribelli a disertare il gruppo prima ancora che potesse agire.

Nonostante il voltafaccia e le defezioni, Zamboni e De Rolandis, insieme a una manciata di seguaci irriducibili, decisero di procedere con il loro piano, trasformandolo in una "sommossa maldestra". Tentato un attacco al Palazzo Arcivescovile, dove risiedeva il legato pontificio, l'assalto fallì miseramente. L'insurrezione non riuscì a mobilitare i cittadini di Bologna  e fu facilmente repressa dalle guardie pontificie.

Dopo il fallimento, Zamboni e De Rolandis furono costretti alla fuga. Cercarono rifugio sull'Appennino tosco-emiliano, attraversando il confine con il Granducato di Toscana. Tuttavia, la loro libertà fu di breve durata. Furono rapidamente catturati dalle guardie locali e consegnati alle autorità papaline.

Ricondotti a Bologna, i due patrioti furono imprigionati nelle famigerate Carceri del Torrone. Qui ebbe inizio un periodo di dura e prolungata prigionia. Il Santo Uffizio di Bologna avviò contro di loro processi definiti "atroci". Furono sottoposti a intensi interrogatori e torture, nel tentativo di estorcere informazioni sui loro complici e sulla rete cospirativa più ampia. Le cronache storiche accennano alle "azioni crudeli e alle inumane barbarie" impiegate dal Fisco (le autorità papaline) durante questi procedimenti.

Il rapido fallimento della congiura, dovuto a defezioni e tradimenti , e la sua natura di "sommossa maldestra" , evidenziano la fragilità intrinseca dei movimenti rivoluzionari nascenti. Questi primi tentativi mancavano di un ampio sostegno popolare, di strutture organizzative robuste e di un'efficace contro-intelligence. Nonostante il potente simbolismo del Tricolore, l'esecuzione pratica fu minata da debolezze interne e dall'efficienza dell'apparato di sicurezza papale. Inoltre, il "voltafaccia bonapartista"  suggerisce che le considerazioni politiche esterne giocarono un ruolo significativo nel fallimento. Il governo di Bonaparte ritenne l'azione "troppo avventata e l'organizzazione giovanile troppo autonoma"  per servire gli interessi francesi. Ciò indica che i primi movimenti rivoluzionari italiani erano estremamente vulnerabili agli spostamenti di alleanze e agli interessi pragmatici delle grandi potenze europee, in particolare la Francia, che potevano sostenerli ideologicamente ma abbandonarli strategicamente. Questo sottolinea una tensione ricorrente nei primi movimenti risorgimentali: quella tra le aspirazioni interne idealistiche e le dure realtà della politica internazionale. Il fallimento precoce, quindi, servì da monito per i movimenti successivi, evidenziando la necessità di una più forte organizzazione interna e di una minore dipendenza da un supporto esterno volubile.

 

VII. Il Sacrificio Finale: Il Destino dei Patrioti

Il destino di Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis si consumò nelle carceri pontificie, trasformando la loro audace congiura in un tragico atto di martirio che avrebbe nutrito la memoria collettiva del Risorgimento.

La Morte di Luigi Zamboni: Un Enigma Irrisolto

Luigi Zamboni fu trovato morto nella sua cella nelle Carceri del Torrone il 18 agosto 1795.9 Le circostanze della sua morte sono ancora oggi avvolte nel mistero e nella controversia. Sebbene i rapporti ufficiali parlassero di suicidio, presumibilmente per sfuggire a ulteriori torture o alla pubblica esecuzione 5, le voci che circolavano a Bologna e le successive interpretazioni storiche hanno sempre nutrito il sospetto che fosse stato assassinato dalle autorità.18 Si narra che il giorno della sua morte la città fosse "deserta, popolata solo di sbirri", e che le "voci di città" lo dessero per "assassinato".24 Questa ambiguità sulla causa del decesso sottolinea la brutalità e l'opacità del sistema giudiziario papale dell'epoca.

È opportuno precisare una discordanza nelle fonti riguardo la data e le modalità della morte di Zamboni. Mentre una fonte  riporta la sua "esecuzione" il 16 novembre 1794, la stragrande maggioranza delle fonti più affidabili e coerenti  indica la data del 18 agosto 1795, con la sua morte avvenuta in cella in circostanze sospette (suicidio o omicidio). Quest'ultima versione è quella prevalente nella storiografia.

L'Esecuzione di Giovanni Battista De Rolandis: Un Atto di Brutalità Esemplare

Giovanni Battista De Rolandis, invece, affrontò una condanna a morte pubblica e raccapricciante. Fu difeso da Antonio Aldini, un avvocato noto come "l'avvocato dei poveri", specializzato in cause apparentemente impossibili.5 Nonostante gli sforzi di Aldini, la sentenza di impiccagione fu confermata.5

L'esecuzione avvenne il 23 aprile 1796  (o il 26 aprile 1796 secondo altre fonti ) nella Piazza della Montagnola a Bologna. De Rolandis aveva solo 22 anni al momento del suo supplizio. Le cronache riportano dettagli agghiaccianti: prima di essere impiccato, De Rolandis fu pubblicamente evirato. L'esecuzione stessa fu un orrore, con il boia che dovette "saltò sulle spalle perché aveva sbagliato il nodo e Giambattista stentava a morire". Questo spettacolo pubblico di crudeltà era chiaramente inteso come un deterrente, un monito per chiunque osasse sfidare il potere pontificio. De Rolandis affrontò il suo destino con il Vangelo tra le mani legate.

La morte sospetta di Zamboni e la brutale esecuzione pubblica di De Rolandis, con i suoi dettagli macabri, trasformarono i due giovani da cospiratori falliti in potenti simboli. Il dibattito sulla morte di Zamboni, tra suicidio e omicidio, amplificò ulteriormente il loro status di martiri. Questa dinamica si allinea con un modello classico nei movimenti rivoluzionari, dove il sacrificio delle figure iniziali galvanizza gli sforzi successivi, creando una narrazione fondante di lotta contro la tirannia. Le loro morti, lungi dallo spegnere la fiamma della libertà, la alimentarono involontariamente, fornendo un punto di riferimento emotivo e simbolico per il nascente movimento risorgimentale. Ciò garantì loro un posto d'onore come "primi martiri" , dimostrando come la repressione statale, quando eccessivamente brutale, possa inavvertitamente generare i simboli e le narrazioni che alimentano i futuri movimenti rivoluzionari, trasformando le vittime in eroi e le loro morti in ispirazione.

 

VIII. Un'Eredità Accesa: Il Tricolore e l'Alba del Risorgimento

Il sacrificio di Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis non fu vano. Sebbene la loro congiura del 1794 fosse fallita nel suo intento immediato, essa lasciò un'eredità indelebile che avrebbe plasmato il corso del Risorgimento italiano, in particolare attraverso la nascita del Tricolore.

Riabilitazione e Riconoscimento Postumo

Le figure di Zamboni e De Rolandis furono riabilitate e celebrate in connessione con la bandiera italiana dopo l'Unità del paese.19 La loro fama e il loro merito furono formalmente riconosciuti e diffusi grazie a opere come il "Martirologio italiano dal 1792 al 1847" di Giuseppe Ricciardi (1860) e "I primi martiri della libertà italiana e l'origine della bandiera tricolore" (1862), che portarono le loro gesta alla ribalta nazionale.19

Un ruolo cruciale in questa riabilitazione fu giocato da Napoleone Bonaparte stesso. Pochi mesi dopo l'esecuzione di De Rolandis, il 19 giugno 1796, le truppe francesi entrarono a Bologna. Napoleone, riconoscendo l'importanza simbolica del loro sacrificio, ordinò immediatamente la liberazione di tutti i prigionieri politici e, in un gesto di profondo significato, dispose che le "ceneri di De Rolandis e Zamboni venissero onorate". Il giorno seguente, il 20 giugno 1796, convocò il Cardinale Legato Ippolito Vincenti, rimproverandolo per l'"ignobile processo" e intimandogli di lasciare Bologna entro tre ore. Questa azione rapida e decisa di Napoleone non solo riabilitò pubblicamente i due patrioti, ma segnò anche la fine

de facto del governo pontificio a Bologna. Antonio Aldini, l'avvocato che aveva difeso De Rolandis, fu pubblicamente elogiato da Napoleone e nominato al Governo della Provincia, a ulteriore conferma del nuovo corso.

L'Adozione Ufficiale del Tricolore

La connessione diretta tra la coccarda di Zamboni e De Rolandis e la bandiera nazionale italiana è un fatto storico inequivocabile. Il 9 ottobre 1796, Napoleone consegnò personalmente una bandiera tricolore con i colori verde, bianco e rosso – gli stessi della coccarda dei cospiratori – alla Legione Lombarda.10 In una lettera al Direttorio datata 11 ottobre 1796, Bonaparte stesso spiegò la sua scelta di questi colori.10

Il passo decisivo verso l'ufficializzazione avvenne il 17 ottobre 1796 a Modena, quando il Tricolore fu ufficialmente riconosciuto e adottato dalla Confederazione Cispadana. Questa confederazione, nata su impulso francese , era presieduta proprio da Antonio Aldini, l'ex difensore di De Rolandis. Il 30 dicembre 1796, l'assemblea della Confederazione dichiarò la Repubblica Cispadana "una ed indivisibile". Bologna, tra aprile e maggio 1797, divenne la capitale di questa nuova entità repubblicana. L'adozione del Tricolore da parte della Repubblica Cispadana, celebrata il 7 gennaio a Reggio Emilia, è considerata la data ufficiale di nascita della bandiera italiana. È una "antica tradizione dei patrioti bolognesi" che il Tricolore italiano "trasse le sue prime origini dallo sfortunato tentativo rivoluzionario di Luigi Zamboni".

 

Cronologia Chiave: Dalla Congiura al Tricolore Nazionale

La seguente cronologia evidenzia il percorso cruciale che ha portato dalla congiura di Zamboni e De Rolandis all'adozione ufficiale del Tricolore, sottolineando la loro influenza duratura.

DATA EVENTO CHIAVE
12 Ottobre 1772 Nascita di Luigi Zamboni a Bologna.
24 Giugno 1774 Nascita di Giovanni Battista De Rolandis a Castell'Alfero (Asti).
Primavera 1794 Zamboni e De Rolandis si incontrano all'Università di Bologna e fondano la società segreta "La congiura dei patrioti bolognesi".
13-14 Novembre 1794 Tentativo di insurrezione a Bologna; Zamboni e De Rolandis distribuiscono coccarde tricolori (verde, bianco, rosso).
18 Agosto 1795 Luigi Zamboni viene trovato morto nella sua cella nel Carcere del Torrone, in circostanze controverse (suicidio o omicidio).
23 Aprile 1796 Giovanni Battista De Rolandis viene impiccato pubblicamente alla Montagnola di Bologna.
19 Giugno 1796 Le truppe francesi entrano a Bologna.
19-20 Giugno 1796 Napoleone ordina l'onore delle ceneri di Zamboni e De Rolandis e la liberazione dei prigionieri politici; il Cardinale Legato viene espulso.
9 Ottobre 1796 Napoleone consegna una bandiera tricolore (verde, bianco, rosso) alla Legione Lombarda.
17 Ottobre 1796 Il Tricolore viene riconosciuto ufficialmente dalla Confederazione Cispadana a Modena.
30 Dicembre 1796 L'assemblea della Confederazione Cispadana dichiara la Repubblica Cispadana "una ed indivisibile".
Aprile-Maggio 1797 Bologna diventa capitale della Repubblica Cispadana.
7 Gennaio 1797 Data celebrata come la nascita ufficiale del Tricolore italiano (Reggio Emilia).

Questa cronologia dimostra la sequenza di eventi che, partendo dall'iniziativa dei due giovani patrioti bolognesi, ha condotto all'adozione del Tricolore come simbolo nazionale, evidenziando il loro ruolo precursore.

Precursori del Risorgimento

Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis sono giustamente considerati i "primi martiri della libertà italiana e del Risorgimento".4 La loro rivolta, sebbene fallimentare nel suo obiettivo immediato, fu una scintilla cruciale nella lunga e complessa lotta per l'unità italiana. La loro storia, come quella di altri moti risorgimentali (dalla persecuzione dei Carbonari del 1823-1829 alle insurrezioni del 1831 e ai movimenti mazziniani del 1843) 18, mostra una continuità di aspirazioni e sacrifici che avrebbero infine portato all'Unità. L'iscrizione sul monumento a De Rolandis sintetizza il loro lascito: "GIUSTIZIATO IN BOLOGNA IL 23 APRILE 1796. PER AVER SOGNATO CON LUIGI ZAMBONI BOLOGNESE. IL TRIONFO DEL SIMBOLICO TRICOLORE. IN TEMPI DI SOPITA COSCIENZA NAZIONALE".10

Il contrasto tra il fallimento immediato della congiura di Zamboni e De Rolandis e il duraturo successo della loro creazione simbolica, il Tricolore, è significativo. Questo suggerisce che, mentre la loro azione rivoluzionaria diretta fu prematura, il loro contributo ideologico e simbolico fu perfettamente sincronizzato per essere adottato e amplificato da una forza più potente, come Napoleone e la Repubblica Cispadana. Il simbolo fornì una rappresentazione tangibile per ideali astratti di libertà e unità che risuonarono con una popolazione più ampia e con i movimenti successivi. Ciò evidenzia che il successo rivoluzionario non dipende unicamente dalla vittoria militare o politica immediata, ma anche dalla creazione di simboli potenti e risonanti che possono essere ripresi e portati avanti da movimenti successivi e più efficaci. Il Tricolore divenne così un linguaggio visivo unificante per le frammentate aspirazioni italiane alla nazione.

 

IX. Conclusioni

La vicenda di Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis, sebbene spesso relegata alle note a piè di pagina della grande narrazione risorgimentale, rappresenta un capitolo fondamentale per comprendere le origini profonde del sentimento nazionale italiano e del suo simbolo più iconico, il Tricolore. La loro congiura nella Bologna pontificia del 1794 fu un atto di ardente idealismo, nato in un contesto di contraddizioni tra l'antica autonomia cittadina e la crescente centralizzazione papale.

Le loro azioni dimostrano come le idee della Rivoluzione Francese non fossero semplicemente importate, ma trovassero risonanza in preesistenti lamentele locali e aspirazioni di autogoverno. La scelta del verde, bianco e rosso per la loro coccarda, che fondeva i colori civici di Bologna e Asti con la speranza di una rivoluzione pan-italiana, fu un atto di geniale intuizione simbolica, capace di unire identità regionali e aspirazioni nazionali.

Il fallimento immediato della congiura, dovuto a tradimenti e a una preparazione insufficiente, sottolinea la fragilità dei primi movimenti rivoluzionari italiani, spesso idealisti ma privi di pragmatismo e di un ampio sostegno popolare. Tuttavia, la brutalità della repressione papale, culminata nella morte di Zamboni e nella raccapricciante esecuzione di De Rolandis, trasformò i due giovani in martiri. Il loro sacrificio, lungi dall'estinguere la fiamma della libertà, la alimentò, fornendo un potente catalizzatore emotivo e simbolico per le generazioni future.

La riabilitazione postuma da parte di Napoleone e la successiva adozione del Tricolore da parte della Repubblica Cispadana confermarono la forza duratura del loro simbolo. Il Tricolore, nato dalla visione di questi due giovani patrioti, divenne il vessillo che avrebbe guidato le successive lotte per l'indipendenza e l'unità, cementando il loro posto come "primi martiri" e precursori dell'Italia unita. La loro storia ci ricorda che i grandi movimenti storici sono spesso innescati da atti di coraggio individuali, che, pur non raggiungendo un successo immediato, seminano i semi di un cambiamento più profondo e duraturo.