Usi e costumi del cittadino bolognese durante la Seconda Guerra Mondiale (1943-1945): tra fame, paura e Resistenza

I venti mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 21 aprile 1945 – noti anche come “il più duro e valoroso periodo” della storia millenaria di Bologna – furono un crogiolo di sofferenze collettive, sfollamenti di massa e privazioni economiche, ma anche di grande dignità e solidarietà. Questo articolo ricostruisce in maniera originale la vita quotidiana dei bolognesi durante l’occupazione nazifascista e i drammatici bombardamenti, analizzando l’economia di guerra, la struttura sociale, la sfera religiosa, l’alimentazione, l’abbigliamento, le abitudini di vita, alcune curiosità e le domande più frequenti sul periodo bellico.

Economia e attività lavorative: fabbriche in armi e crollo occupazionale

Allo scoppio del conflitto, l’economia bolognese venne subito piegata alle esigenze belliche. Con l’entrata in guerra, numerose aziende meccaniche vennero dichiarate “stabilimenti ausiliari” dal Ministero per le Armi e Munizioni, convertendo la loro produzione da civile a militare.

La Zamboni e Troncon, prima specializzata in macchine per la pasta, iniziò a produrre macchinari per la lavorazione di proiettili e munizioni; le Officine Maccaferri passarono dai celebri “gabbioni” per il contenimento degli argini alla fabbricazione di reticolati di filo spinato e cavalli di frisia. Oltre alla meccanica pesante, vennero dichiarate ausiliarie anche cartiere, zuccherifici e imprese produttrici di concimi, mentre per la produzione di bombe e proiettili si ricorse massicciamente alla manodopera femminile.

Tuttavia, il prezzo pagato da Bologna fu altissimo. Alla fine della guerra, molte industrie, in particolare nel settore metalmeccanico, risultarono completamente distrutte o gravemente danneggiate. Si stimava che alla fine del 1945 solo 8.000 operai degli oltre 20.000 occupati nel settore meccanico (censiti nel 1940) potessero ritrovare un impiego.

Struttura sociale e politica: dal crollo del fascismo alla lotta partigiana

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, a Bologna la situazione politica e sociale cambiò radicalmente. La caduta del fascismo (25 luglio 1943) fu accolta con manifestazioni di giubilo in tutta la provincia: a Crevalcore, ad esempio, la folla intonò “Bandiera rossa” e abbatté i simboli del regime. Ma la gioia durò poco: il 23 settembre 1943 nacque la Repubblica Sociale Italiana (RSI), un fascismo ormai asservito ai tedeschi, feroce e determinato a reprimere ogni opposizione.

Parallelamente, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si organizzò in città, coagulando le forze antifasciste. Da questo fermento nacque una delle pagine più gloriose della resistenza bolognese: la battaglia di Porta Lame del 7 novembre 1944, una delle più importanti battaglie urbane della Resistenza europea. Donne e uomini, operai e contadini, giovani e anziani parteciparono a scioperi e manifestazioni di protesta contro la guerra e l’occupazione nazista, creando una “resistenza civile” che fu cruciale per sostenere quella armata.

Religione: il cardinale Nasalli Rocca, mediatore tra fede e guerra

A capo della diocesi bolognese durante il Ventennio e la guerra c’era il cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca (1872-1952). Uomo di abile diplomazia, aveva sostenuto il regime fascista ma si era opposto alla politica razziale. Durante il conflitto, pur collaborando formalmente con tedeschi e autorità della RSI, diede copertura all’attività di molti religiosi antifascisti e si prodigò nell’assistenza alle vittime dei bombardamenti e agli sfollati, in particolare attraverso sacerdoti come don Olinto Marella e don Giulio Salmi. Il cardinale rimase a Bologna per l’intero periodo della Resistenza, intercedendo con le autorità per salvare più vite possibili.

Alimentazione: fame, tessere e mercato nero

La fame fu una compagna costante dei bolognesi tra il 1943 e il 1945. Già dal 1941 era entrato in vigore il razionamento del pane: ogni cittadino poteva consumare solo 200 grammi al giorno di una pagnotta scura, prodotta con crusca e farina di patate. La carne era diventata un miraggio: la razione settimanale era di appena 75 grammi a testa, e dopo il 1943 era pressoché introvabile.

Con l’inasprirsi del conflitto, le derrate alimentari scomparvero dal mercato ufficiale. Nel maggio 1944, due litri di olio o di burro al mercato nero arrivavano a costare quanto la paga mensile di un operaio specializzato. La situazione divenne così drammatica che nel 1944 solo il 14-15% delle famiglie bolognesi riusciva a procurarsi il cibo sufficiente per sopravvivere. Si formavano lunghe file davanti a conventi e caserme per ricevere gli avanzi, e il Comune attivò mense popolari a prezzi calmierati.

Abbigliamento: autarchia e riuso creativo

L’abbigliamento fu uno dei settori più colpiti dalla scarsità di materie prime. Il regime fascista promosse una mostra a Bologna nell’ottobre 1941, in cui venivano esposte calzature autarchiche ottenute con pelle di capra, coniglio, pesce, e persino foglie di mais o carta vetrata, con suole ricavate da pneumatici dismessi. Nell’inverno 1944-45, l’amministrazione comunale aprì quattro negozi APE (Azienda Popolare Eca) per distribuire tessuti, capi d’abbigliamento e scarpe tramite buoni dell’ECA.

In ambito domestico, ogni capo veniva rattoppato, rammendato e tramandato. Tende e copriletti venivano trasformati in abiti; lana e cotone si riutilizzavano fino all’ultimo filo.

Abitudini di vita quotidiana: allarmi, rifugi e “Bologna città bianca”

La vita quotidiana era scandita dalle sirene degli allarmi. Una centrale di segnalazione, posizionata in cima alla torre Asinelli, avvistava i velivoli nemici e allertava la popolazione. Bologna disponeva di oltre 8.000 rifugi antiaerei. I rifugi anticrollo (cantine puntellate) potevano ospitare inizialmente solo 26.000 persone (l’8% della popolazione), ma l’aggiunta di gallerie pedemontane ne aumentò la capienza a 100.000.

Il coprifuoco era in vigore dalle 23 alle 6; un “capo fabbricato”, nominato dal Partito fascista, era responsabile della chiusura dei portoni e della sorveglianza notturna.

A partire dal gennaio 1945, Bologna divenne di fatto una “città aperta” dopo i pesanti bombardamenti dell’autunno 1944: gli Alleati risparmiarono l’area degli ospedali, e migliaia di residenti tornarono dalle campagne, portando con sé animali da cortile e trasformando portici e cantine in stalle improvvisate.

Curiosità della Bologna in guerra

  • “Pippo” il terrore notturno: nelle ultime fasi del conflitto, un piccolo aereo (probabilmente un ricognitore tedesco o alleato) sorvolava la città quasi ogni notte, sganciando una o due bombe a casaccio. I bolognesi lo soprannominarono Pippo e il suo ronzio divenne sinonimo di angoscia.

  • “Bologna città bianca”: dopo il bombardamento del 13 ottobre 1944, che distrusse gran parte della città ma risparmiò gli ospedali, Bologna venne riconosciuta “zona franca”. Il centro si ripopolò in modo caotico: intere famiglie vivevano nelle cantine dei palazzi gentilizi insieme a mucche, maiali e galline.

  • Un partigiano tra le macerie: il 21 aprile 1945, all’arrivo delle truppe polacche e alleate, i partigiani della 7ª GAP “Gianni” fecero da guide. Il cappellano militare polacco, don Giovanni Grzondziel, issò una grande bandiera polacca sulla Torre degli Asinelli.

  • Il monumento “spontaneo” ai caduti: dopo la Liberazione, le donne bolognesi affissero spontaneamente fiori e foto dei partigiani uccisi sul muro del Comune in piazza del Nettuno, dando vita al Sacrario dei partigiani.

❓ FAQ – Domande frequenti sulla Seconda Guerra Mondiale a Bologna (1943-1945)

1. Perché Bologna fu bombardata così pesantemente?
Bologna ospitava uno dei più grandi scali ferroviari del Nord Italia, cruciale per i rifornimenti e lo spostamento delle truppe tedesche tra il Brennero, Roma e l’Italia nord-orientale.

2. Quanti bombardamenti subì la città e quante vittime civili causarono?
Tra il 16 luglio 1943 e il 22 aprile 1945 Bologna subì 94 incursioni aeree (32 con bombardieri medi e pesanti) che causarono 2.481 morti e oltre 2.000 feriti, e la distruzione o il danneggiamento di quasi il 50% del patrimonio edilizio.

3. Cosa mangiavano i bolognesi durante la guerra?
Pane scuro (200 g al giorno), polenta, legumi, e quando capitava carne di cavallo o piccoli animali domestici. Latte, zucchero e grassi erano razionatissimi e spesso introvabili. Il mercato nero era l’unica alternativa per chi poteva permetterselo.

4. Dove si rifugiavano i cittadini durante i raid aerei?
Si rifugiavano in cantine puntellate (rifugi anticrollo), nelle gallerie ferroviarie di Montagnola, e nelle 25 gallerie pedemontane scavate sotto le colline. I più fortunati avevano accesso ai rifugi attrezzati come il Rifugio Vittorio Putti al Seminario.

5. Come si vestivano con le restrizioni di guerra?
Tessuti e calzature erano razionati; si usavano surrogati come pelle di pesce, carta vetrata, pneumatici dismessi per le suole. L’abbigliamento veniva rattoppato all’infinito e spesso ricavato da vecchie tende o coperte.

6. Cosa significava vivere a Bologna “città aperta”?
Dal gennaio 1945 Bologna fu dichiarata “città bianca” (zona franca) per aver risparmiato gli ospedali, ma la definizione era ambigua. Di fatto, migliaia di sfollati e contadini con animali ripresero possesso del centro storico, trasformandolo in un’enorme stalla improvvisata.

7. Come e quando fu liberata Bologna?
Il 21 aprile 1945 le avanguardie del 2° Corpo polacco entrarono da est, seguite dalle divisioni americane e dai gruppi di combattimento italiani “Legnano”, “Friuli” e “Folgore”, insieme alla brigata partigiana “Maiella”. In città non fu sparato un colpo perché tedeschi e fascisti erano già fuggiti nella notte.

8. Quanti bolognesi morirono nella Resistenza?
I partigiani bolognesi caduti furono 2.064, mentre i morti civili sotto i bombardamenti furono 2.481.

Aggiornato al 23/04/2026