Bologna nell'Ottocento: Usi, costumi e trasformazioni di una città in bilico tra passato e modernità

Il XIX secolo rappresenta per Bologna un’epoca di profondi mutamenti sociali, urbanistici, economici e storici che modificarono radicalmente l’aspetto della città, le abitudini e i modi di vita dei suoi cittadini. L’occupazione napoleonica e la successiva restaurazione pontificia, i moti rivoluzionari e l’ansia di riscatto nazionale: tutto questo contribuì a forgiare l’identità di una comunità orgogliosa, laboriosa e profondamente legata alle proprie tradizioni, che ancora oggi riconosciamo nella “Bologna la grassa, la dotta e la rossa”. Attraverso un viaggio nell’Ottocento, scopriamo come vivevano, lavoravano, si vestivano e mangiavano i nostri antenati felsinei.

1. Economia e attività lavorative: la lenta agonia della seta e la nascita dell’industria

All’alba del XIX secolo, Bologna era ancora un fiorente centro manifatturiero, ma il vento del cambiamento soffiava impetuoso. La città pagò un prezzo altissimo per le turbolenze politiche del periodo: l’industria della seta, per secoli punto di forza dell’economia cittadina, entrò in un collasso definitivo sotto il dominio napoleonico e la Restaurazione.

Nel 1809, Bologna poteva contare su ben 19 fabbriche addette alla tessitura della seta, che impiegavano oltre 5.000 operai, di cui la stragrande maggioranza erano donne e ragazzi. Solo due anni dopo, nel 1811, gli opifici si erano ridotti a 12, con appena 1.854 addetti. La crisi fu devastante: l’industria serica, che un tempo assorbiva quasi i tre quarti della popolazione urbana, nel 1824 contava solo 921 addetti, costringendo gli investitori a trasferire i propri capitali nella produzione agricola.

Costretta a ripiegarsi, Bologna cercò nuove strade. L’economia si legò sempre più alla trasformazione di prodotti agricoli e alla ricerca di modelli produttivi ispirati alla Rivoluzione Industriale. La canapa divenne una risorsa fondamentale: la sua coltivazione arrivò a occupare territori vastissimi nel Bolognese, toccando il culmine negli anni Settanta dell’Ottocento.

Fu solo intorno agli anni Cinquanta che si avvertirono i primi segnali di rinascita, con l’organizzazione di mostre artigiane e industriali e l’azione dell’Istituzione Aldini-Valeriani, che formava tecnici specializzati sul modello delle migliori scuole europee. L’Esposizione Emiliana del 1888 testimoniò infine i sensibili progressi delle industrie locali nei rami alimentare e meccanico, segnando l’ingresso della città nell’età contemporanea.

2. Struttura sociale e politica: tra Restaurazione, moti e ascesa della borghesia

La società bolognese dell’Ottocento era rigidamente gerarchizzata. L’attribuzione della cittadinanza era ancora articolata in tre gradi: la civitas amplissima per la nobiltà maggiore (le famiglie senatorie), la civitas satis ampla per i gentiluomini, e la civitas communis per il ceto borghese di mercanti e professionisti.

Sul piano politico, il secolo si aprì con l’esperienza napoleonica, che spazzò via gli antichi assetti istituzionali e introdusse idee di riforma e modernità. Con la Restaurazione pontificia del 1815, Bologna tornò sotto il governo del Papa, in un regime di restaurazione teocratica. Ma il malcontento era diffuso e si organizzò in movimenti segreti come la Carboneria, che alimentarono i moti del 1831, quando a Bologna si formò il Governo Provvisorio delle Provincie Unite, la prima forma di Stato laico creata liberamente in Italia.

La repressione fu durissima: migliaia di soldati austriaci furono inviati a presidiare la città, rimanendovi fino al 1838, con un’occupazione che gravava pesantemente sulla popolazione. Dopo gli anni incandescenti del 1848-1849 e la battaglia dell’8 agosto, gli austriaci tornarono, fino alla definitiva ritirata del 12 giugno 1859. L’annessione al Regno sabaudo, sancita dal plebiscito del marzo 1860, inaugurò un nuovo corso, con l’ascesa del ceto liberal-moderato e, alla fine del secolo, la diffusione dei movimenti socialisti che porteranno a Palazzo d’Accursio Francesco Zanardi.

3. Religione: dal trionfo della Chiesa alla secolarizzazione forzata

Alla fine del Settecento, Bologna era una città profondamente segnata dalla presenza ecclesiastica: nel 1796 si contavano 3.500 monache e 2.000 preti e frati, distribuiti in 69 conventi e 55 parrocchie. L’arrivo delle truppe napoleoniche sconvolse questo equilibrio.

Con decreto del 25 aprile 1810, tutti gli ordini religiosi furono soppressi. I conventi furono svuotati, le loro preziose biblioteche confluirono in quelle universitaria e comunale, e l’intera struttura ecclesiastica fu ridotta alle sole parrocchie e ai Capitoli di San Pietro e San Petronio. Le conseguenze furono drastiche: nel 1815 rimasero solo 18 parrocchie e 12 conventi ancora in parte attivi.

La Restaurazione tentò di ripristinare l’influenza della Chiesa, ma il danno era ormai fatto. L’Università, un tempo orgoglio cittadino, fu rigidamente sottoposta all’assidua sorveglianza ecclesiastica, contribuendo al declino del suo prestigio culturale.

4. Alimentazione: la “Bologna la grassa” tra abbondanza e carestia

L’Ottocento fu un secolo di grandi novità anche a tavola, ma anche di forti disparità. Pane, pasta e riso costituivano la base calorica per la gran parte della popolazione, che svolgeva lavori pesanti e necessitava di energia a buon mercato. Il pane variava per qualità e prezzo: per i ricchi c’era il “pane di lusso”, mentre per i poveri il “pane venale”, spesso mal cotto e fatto con farine scadenti.

Caposaldo dell’alimentazione bolognese era la pasta all’uovo fatta in casa, declinata in tutte le forme che ancora oggi conosciamo: tagliatelle, lasagne, gramigna, maccheroni, stricchetti. La carne, a causa del costo elevato, compariva raramente sulla tavola dei meno abbienti, spesso solo in occasione delle festività. Tra le fonti storiche, i registri di spesa del Collegio Artistico Venturoli (1826-1863) mostrano una certa ricchezza nei menu: accanto a pane, pasta e uova, non mancavano salumi, manzo, maiale, e il venerdì, pesce. Per le feste, la tavola imbandita prevedeva tortellini, pasticcio, arrosti e dolci.

Nelle zone appenniniche, la castagna era un alimento essenziale, consumata bollita, arrostita o trasformata in farina per castagnacci e mistocchine. La polenta, spesso accompagnata da aringhe salate, era il cibo quotidiano dei più poveri, che rischiavano malattie da malnutrizione.

5. Abbigliamento: dalla semplicità neoclassica allo sfarzo dei “buli”

La moda bolognese dell’Ottocento fu un susseguirsi di influenze politiche e sociali. Con la Rivoluzione francese, il vestire divenne più semplice: scomparvero corsetti, guardinfanti e tacchi alti, in nome di un’estetica naturalistica ispirata a Rousseau.

Ma l’elemento più caratteristico e originale fu l’adozione della tuba, o gennasi, da parte di ogni ceto sociale. Il copricapo a cilindro, simbolo di eleganza, fu adottato persino dai “buli”, i facchini della città, che ne fecero un segno di distinzione. La loro mise festiva era un trionfo di colori e particolari: giacchetta di velluto blu, camicia bianca ricamata, fazzoletto di seta rossa al collo, calzoni a campana marroni, sciarpa azzurra ai fianchi e, naturalmente, il cappello a cilindro color cenere.

Le loro compagne, le “bule”, erano altrettanto appariscenti: portavano il ciuffo di capelli detto popla, lunghi pendenti d’oro, scialle di seta bianca ricamata, collane di corallo e granata, corsetto di seta dai colori vivaci e gonnella corta che lasciava intravedere la sottana di mussolina bianca, il tutto completato da stivaletti a tacco alto chiamati pulacchein. Nel 1844, la città contava 4.253 sarti, 3.549 calzolai e 614 cappellai, a testimonianza di un settore ancora largamente artigianale, dove la maggioranza della popolazione si confezionava i vestiti in casa.

6. Abitudini di vita quotidiana: tra lavoro, feste e modernità

La giornata tipo di un bolognese dell’Ottocento era scandita dai ritmi del lavoro e dalle scarse occasioni di svago. Per le classi popolari, la vita era dura: operai, facchini, lavandaie, filatrici. I “buli” erano una potenza in città: sdraiati al sole o seduti attorno a cataste di legna, cucinavano polenta e saracche (aringhe) per strada.

Per la nobiltà e l’alta borghesia, l’Ottocento fu invece un periodo di fasti e agiatezze. Caccia, feste, ricevimenti e vita mondana erano elementi di distinzione sociale. A partire dalla metà del secolo, la città si modernizzò: furono aperte nuove strade come via Indipendenza, arrivarono l’illuminazione a gas, le prime tramvie a cavalli e nel 1881 fu ripristinato l’antico acquedotto romano. Nacquero i primi grandi mercati alimentari, nuovi locali alla moda, circoli e accademie, alcuni dei quali, raccontano le cronache, di dubbia fama.

7. Curiosità e leggende dell’Ottocento bolognese

L’Ottocento, come ogni epoca, è stato fertile di aneddoti e curiosità che rivelano il carattere dei bolognesi.

  • Il “telegrafo senza fili” del Voltone: Sotto il Palazzo del Podestà, un effetto acustico permetteva a due persone agli angoli opposti di parlarsi sottovoce e sentirsi nitidamente.

  • Le frecce di Strada Maggiore: Nel portico di Casa Isolani, tre frecce conficcate nel legno del soffitto ricordano la leggenda di tre briganti che tentarono un agguato.

  • Il “segreto” del Nettuno: La celebre Fontana del Nettuno di Giambologna nasconde un dettaglio piccante, divenuto oggetto di ironia e aneddoti popolari.

  • Il lampione che annunciava i neonati: Un’antica tradizione legata all’arrivo dei nuovi nati, con un lampione acceso per annunciare la lieta novella.

  • Il “tegame” della tagliatella: Secondo la tradizione, la tagliatella fu inventata da un cuoco di corte ispirato dalla treccia bionda di una nobildonna, e la sua larghezza doveva essere esattamente di 8 mm.

  • L’occupazione austriaca e i “tedeschi”: La lunga e pesante presenza dei soldati austriaci (fino a 7.000 uomini dopo il 1849) lasciò un segno profondo nell’immaginario popolare, alimentando un sentimento antiaustriaco che esplose nei moti risorgimentali.

FAQ - Domande frequenti su Bologna nel XIX secolo

1. Perché Bologna era chiamata “la Rossa”?
L’appellativo “Rossa” ha origini antiche, legate al colore dei mattoni e dei tetti della città. Nell’Ottocento, fu rafforzato dalle simpatie repubblicane e poi socialiste della popolazione, che culminarono nell’elezione del primo sindaco socialista, Francesco Zanardi, nel 1899.

2. Cosa mangiavano i poveri a Bologna nell’Ottocento?
La loro dieta era basata su pane scadente, polenta, castagne e, quando disponibili, pasta e riso. La carne era un lusso per le grandi occasioni, mentre il pesce salato come le aringhe costituiva una fonte proteica più accessibile.

3. Come si vestivano i facchini, i famosi “buli”?
La loro divisa da festa era vistosa: giacca di velluto blu, panciotto rosso, calzoni a zampa di elefante, cintura di cuoio e un immancabile cappello a cilindro in feltro. Erano noti per il loro atteggiamento orgoglioso e spavaldo.

4. Cosa successe a Bologna durante i moti del 1831?
Bologna fu il cuore della rivolta contro il governo pontificio. Venne istituito un Governo Provvisorio delle Province Unite, considerato il primo tentativo di creare uno Stato laico e indipendente in Italia, ma fu soffocato in pochi mesi dall’intervento dell’esercito austriaco.

5. Quanto era grande l’influenza della Chiesa a Bologna nell’Ottocento?
Enorme fino all’arrivo di Napoleone, che con la soppressione degli ordini religiosi nel 1810 ridusse drasticamente il potere temporale della Chiesa. Con la Restaurazione, il Papa riprese il controllo, ma il tessuto religioso cittadino era stato profondamente indebolito.

Aggiornato al 22/04/2026