Bologna nel ventennio fascista e la guerra: usi e costumi di una città in camicia nera
Tra le due guerre mondiali, Bologna visse una delle fasi più drammatiche e complesse della sua storia, diventando un vero e proprio laboratorio politico per il regime fascista e una roccaforte del consenso al Duce. Dalle lotte sociali del primo dopoguerra alla ricostruzione post-bellica, la città delle Due Torri si trasformò profondamente nel volto urbano, nelle abitudini quotidiane e nella stessa identità dei suoi cittadini. Questo articolo esplora un trentennio cruciale (1920-1950), in cui la società bolognese fu stravolta dall’avvento del fascismo, sconvolta dalla guerra e infine liberata da una coraggiosa Resistenza.
Economia e attività lavorative: dall'occupazione delle fabbriche alla ricostruzione
Il panorama economico bolognese del primo Novecento era dominato da una solida base industriale e cooperativa, che avrebbe attirato su di sé la furia distruttrice delle nascenti squadre fasciste.
L’occupazione delle fabbriche e la distruzione delle cooperative
Il 1920 fu un anno cruciale. Ad aprile, gli operai della fabbrica di Casaralta, nelle immediate vicinanze della stazione, diedero vita a un’occupazione delle fabbriche che si estese rapidamente in tutta la città. Questo movimento di lotta, tuttavia, fu rapidamente soffocato dall’avanzata del fascismo. Tra il 1920 e il 1926, l’ingente patrimonio del movimento cooperativistico bolognese – le cosiddette cooperative “rosse” socialiste – fu sistematicamente distrutto o fascistizzato. Un’indagine del 1952 quantificò le perdite in 14 cooperative di consumo, 19 agricole e 14 di produzione e lavoro, per un valore complessivo, al cambio dell’epoca, di oltre un miliardo e mezzo di lire.
La Bolognina e l’occupazione nazista
Il più grande quartiere operaio della città, la Bolognina, crebbe rapidamente negli anni Trenta, tanto da rendere necessaria una sua integrazione urbanistica sotto il controllo del regime. Durante l’occupazione tedesca (1943-1945), l’economia fu completamente stravolta. Tutti i beni di consumo finirono sotto il controllo del partito fascista e dell’organizzazione tedesca Verwaltungsgruppe, che requisiva risorse per l’esercito occupante.
Il mercato nero (la “borsa nera”)
Per la popolazione civile, questo controllò la nascita di un fiorente mercato nero di ogni genere: dal lucido da scarpe alle pelli di coniglio, passando per i libri in inglese. I prezzi raggiunsero livelli insostenibili. Nel 1945, un chilo di pane costava in media 20 lire (mezza giornata di lavoro di un operaio specializzato). Un litro d’olio arrivava a 400 lire (quattordici giornate di paga), mentre un chilogrammo di vero caffè ne valeva 1.200, ovvero tre settimane intere di salario. Il luogo principale per questi scambi illeciti era il Voltone del Podestà in Piazza Maggiore, più volte perquisito dalle autorità alleate dopo la Liberazione.
Struttura sociale e politica: laboratorio della violenza squadrista
La Bologna degli anni Venti era una città divisa, dove il controllo socialista del territorio si scontrò frontalmente con la reazione violenta dei nascenti fasci.
«Bologna è il quadrivio della rivoluzione fascista»
Con questa celebre frase, Mussolini definì la centralità della città nella strategia di presa del potere. Il capoluogo felsineo era infatti un fondamentale centro organizzatore di reti e servizi, grazie alla sua università e alla sua posizione ferroviaria strategica. La paura di una possibile egemonia delle campagne socialiste sugli equilibri urbani spinse la piccola e media borghesia a sostenere lo squadrismo. Il momento di svolta fu il 21 novembre 1920, quando gli scontri per l’insediamento dell’amministrazione socialista a Palazzo d’Accursio aprirono la stagione della guerra civile. Il bilancio delle violenze fu tragico: solo nel 1921, le squadre fasciste provocarono 19 morti e quasi duemila feriti in provincia, distruggendo 23 cooperative e 52 amministrazioni comunali socialiste furono spazzate via.
Le gerarchie fasciste: Leandro Arpinati
La figura chiave del fascismo bolognese fu Leandro Arpinati, che guidò ininterrottamente il movimento dalla metà del 1920 al 1933. Sotto la sua guida, il partito si strutturò capillarmente nel tessuto cittadino attraverso i gruppi rionali, le organizzazioni giovanili (Balilla) e i sindacati fascisti.
Religione: tra compromesso, Resistenza e martiri
Il rapporto tra la Chiesa bolognese e il fascismo fu complesso e contraddittorio. L’arcivescovo dell’epoca, il cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca (1922-1945), sostenne il regime, ma senza mai rinunciare a spazi di autonomia. Un esempio fondamentale fu la sua condanna della politica razziale, che lo portò a proteggere gli ebrei e a opporsi alle leggi antiebraiche del 1938.
Durante la Resistenza, molti esponenti del clero si schierarono contro l’occupazione nazifascista. Il caso più emblematico è quello del diacono Mauro Fornasari, ucciso barbaramente il 5 ottobre 1944 da cinque gendarmi della Guardia Nazionale Repubblicana. La sua memoria, a lungo controversa, è stata recentemente riabilitata come esempio di martirio per odio alla fede e alla libertà.
Alimentazione: fame e cucina di sopravvivenza
Gran parte della popolazione bolognese viveva in condizioni di povertà, mangiando principalmente pane di bassa qualità, pasta e riso. In città, il pane più diffuso era quello “venale”, di farina mista e crusca, mentre i più abbienti potevano permettersi quello “di fiore” o “di lusso” arricchito con strutto o latte. Un proverbio locale recitava: “Méi pan brón che pan inción” (Meglio pane bruno che pane nessuno).
La guerra e l’occupazione peggiorarono drasticamente la situazione. La fame divenne cronaca quotidiana, spingendo i bolognesi a ricorrere alla “borsa nera” per procurarsi viveri a prezzi esorbitanti.
Abbigliamento: l’uniforme del regime
Sotto il fascismo, l’abbigliamento divenne un potente strumento di propaganda e controllo sociale. Il regime cercò di imporre un’estetica basata su uniformi (la celebre camicia nera per gli uomini, divise per i giovani delle organizzazioni come i Balilla e le Piccole Italiane) e su modelli di comportamento ben definiti. La moda italiana fu incoraggiata a emanciparsi da Parigi attraverso politiche autarchiche che promuovevano l’uso di materiali nazionali.
Nonostante ciò, la donna italiana conservava un ruolo principalmente ancorato alla tradizione, esaltato dalla propaganda come “madre”, “sposa” e “casalinga”, anche se in realtà molte donne continuavano a lavorare nei campi e nelle fabbriche.
Abitudini di vita quotidiana: dalla propaganda al tempo di guerra
La vita quotidiana era dominata dall’onnipresenza della propaganda. Il tempo libero era inquadrato nelle organizzazioni del regime: dopolavoro, gite premio, giornali di partito e, soprattutto, lo sport.
Lo sport come dovere civico
Il fascismo considerava lo sport non un semplice svago, ma un “vero e proprio dovere civico” per forgiare la gioventù. Bologna divenne un modello con la costruzione, voluta da Arpinati, del complesso polisportivo del Littoriale (oggi Stadio Dall’Ara), inaugurato il 31 ottobre 1926. Fu definito il “primo anfiteatro della rivoluzione fascista” e divenne la casa del Bologna Football Club, una squadra che incarnava l’orgoglio cittadino e fascista.
La guerra: bombardamenti e deportazioni
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Bologna divenne una delle città italiane più colpite dal conflitto, sia per la sua centralità logistica sia perché retrovia della Linea Gotica. La popolazione civile fu sottoposta a un durissimo regime di occupazione: freddo, fame e bombardamenti alleati. I raid aerei causarono 2.481 morti civili e distrussero interi quartieri, compresa la Sinagoga.
Le deportazioni nei campi di sterminio iniziarono il 7 novembre 1943, colpendo non solo gli ebrei, ma anche antifascisti, operai, partigiani e sacerdoti.
Eventuali curiosità
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La strage di Palazzo d’Accursio (1920): l’episodio fu cruciale per l’ascesa del fascismo a Bologna, ma allo stesso tempo segnò una profonda lacerazione sociale. Il fascismo si appropriò della figura del giovane Giordano Giordani (ucciso durante gli scontri) elevandolo a primo “grande martire” del movimento.
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Anteo Zamboni (1926): il 31 ottobre 1926, durante l’inaugurazione del Littoriale, un quindicenne di nome Anteo Zamboni fu accusato di aver sparato a Mussolini. Venne linciato sul posto dalla folla. La sua colpevolezza è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli storici.
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La “Faccetta Nera” a Palazzo d’Accursio: il regime trasformò l’aspetto stesso della città. Sulla facciata del palazzo comunale fu collocato un grande volto di Mussolini in mosaico, soprannominato “Faccetta Nera”, che venne rimosso solo dopo la Liberazione.
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La Liberazione spontanea (21 aprile 1945): la mattina in cui Bologna fu liberata dagli Alleati e dai partigiani, gruppi di donne cominciarono a deporre fiori e ad affiggere foto dei loro cari fucilati sul muro di Piazza Nettuno. Nacque così, in modo del tutto spontaneo, il Sacrario dei partigiani.
FAQ - Domande frequenti su Bologna nel XX secolo (anni ’20-’50)
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Perché Bologna è considerata la “culla” del fascismo?
Bologna era un laboratorio politico e sociale unico. Il forte controllo socialista sul territorio generò una reazione violenta da parte della borghesia agraria e urbana. Qui vennero sperimentate per la prima volta strategie di intimidazione e conquista del consenso che sarebbero poi diventate tipiche del regime. Mussolini definì la città il “quadrivio della rivoluzione fascista”. -
Perché Bologna fu così martoriata durante la Seconda guerra mondiale?
A causa della sua posizione strategica: era un nodo ferroviario e stradale cruciale e si trovava proprio alle spalle della Linea Gotica, l’ultima grande linea difensiva tedesca. Fu quindi sia un obiettivo militare prioritario per gli Alleati, sia una zona di occupazione e di scontri tra Resistenza e nazifascisti. -
Cos’era il “maltolto”?
Era il termine usato per descrivere l’ingente patrimonio di beni (cooperative, terre, case del popolo, circoli) che i fascisti requisirono, distrussero o svenderono ai privati dopo aver preso il potere. Si stima un valore di oltre un miliardo e mezzo di lire dell’epoca. Dopo la guerra, un progetto per restituire questi beni ai legittimi proprietari fu bloccato (1947), e la maggior parte del “maltolto” non fu mai restituita. -
Qual era il cibo più comune per i bolognesi poveri di quell’epoca?
Il pane era l’alimento assoluto, spesso l’unico quotidiano. Nelle campagne, si mangiava pane “venale” di bassa qualità, mentre in città i più abbienti potevano permettersi pasta fresca, riso e, raramente, carne. Durante la guerra, il pane divenne un bene prezioso e la fame una tragedia quotidiana. -
Cosa significa che il fascismo usava lo sport come “dovere civico”?
Significava che lo sport non era solo un gioco o un divertimento, ma un’attività obbligatoria e inquadrata dal regime. Attraverso le organizzazioni giovanili (Balilla, Avanguardisti) e il Dopolavoro, il fascismo utilizzava l’atletica, il nuoto, la ginnastica e il calcio per forgiare fisicamente e moralmente i “giovani fascisti”, promuovere la salute della “razza” e creare consenso. Lo stadio del Littoriale a Bologna ne fu il simbolo.