Bologna 2 Milioni di Anni Fa: Un Viaggio Epico tra Ghiacci, Mari e i Primi Uomini
1. Introduzione: Un Tuffo nel Pleistocene Bolognese
Il Pleistocene, un'epoca geologica fondamentale che si estende da circa 2,58 milioni a 11.700 anni fa, è comunemente noto come "Era Glaciale" a causa dei cicli climatici che l'hanno caratterizzata. Questo periodo ha esercitato un'influenza profonda sulla morfologia e sull'ecologia del territorio italiano, e in particolare sull'area di Bologna. Le imponenti glaciazioni e i successivi periodi interglaciali non hanno solo raffreddato il clima globale, ma hanno innescato una serie di trasformazioni geologiche e ambientali che hanno ridefinito il paesaggio tra la Pianura Padana e gli Appennini.
Il Pleistocene può essere considerato un "grande trasformatore" del paesaggio. I cicli ripetuti di espansione e ritiro dei ghiacciai hanno avuto un impatto diretto sui livelli del mare, sui corsi fluviali, sulla sedimentazione e, in ultima analisi, sulla stessa formazione della Pianura Padana.Questa dinamica costante ha impedito al paesaggio di rimanere statico, modellandolo continuamente e influenzando la composizione del suolo, la distribuzione della flora e della fauna.La comprensione di queste trasformazioni remote non solo illumina la storia profonda della regione, ma offre anche un contesto essenziale per apprezzare l'attuale stabilità geologica, le risorse idriche e il potenziale agricolo del territorio bolognese. L'eredità di questi processi è tuttora visibile nel paesaggio odierno.
Il presente elaborato si propone di esplorare come queste forze geologiche, climatiche e biologiche abbiano plasmato l'area tra la Pianura Padana e gli Appennini, trasformandola in un palcoscenico per l'evoluzione della vita e l'arrivo dei primi ominidi. Il viaggio nel tempo mira a ricostruire la storia geologica, climatica, della flora e della fauna, e le prime tracce della presenza umana nel territorio bolognese, offrendo una prospettiva dettagliata e supportata da fonti scientifiche verificate.
2. La Nascita di un Paesaggio: Geologia della Pianura Padana e degli Appennini
2.1 L'Oceano che non c'è più: Il Pliocene e l'Emersione della Pianura Padana
Nel Pliocene, un'epoca geologica che precede il Pleistocene e si estende da circa 5,3 a 2,58 milioni di anni fa, la vasta depressione che oggi costituisce la Pianura Padana era occupata da un ampio golfo del Mar Adriatico. Questo golfo, dalla caratteristica forma triangolare che preannunciava l'attuale conformazione della pianura, era incuneato tra le nascenti Alpi a nord e l'Appennino Tosco-Emiliano a sud. Inizialmente, i sedimenti depositati in quest'area erano di chiara origine marina. Tuttavia, con il progressivo sollevamento del fondale marino e la transizione verso un ambiente continentale, si assistette alla formazione di depositi lagunari e fluvio-lacustri.
La Pianura Padana è, per sua natura, una pianura di origine alluvionale. La sua genesi è il risultato dell'instancabile azione di fiumi che, erodendo i rilievi alpini e appenninici, hanno trasportato e depositato immense quantità di sedimenti. A questo processo fluviale si è affiancato il ruolo cruciale dei ghiacciai, particolarmente significativo durante il Pleistocene. Le grandi glaciazioni, tradizionalmente identificate come Gunz, Mindel, Riss e Würm, hanno veicolato ingenti volumi di materiale morenico dalle Alpi. Questo materiale ha dato origine a imponenti anfiteatri morenici che, una volta ritiratisi i ghiacci, si sono trasformati in bacini lacustri. I depositi fluvioglaciali, riconoscibili per i ciottoli spigolosi, sono testimonianza del trasporto glaciale, mentre i depositi fluviali, con ciottoli arrotondati, rivelano l'azione dei fiumi. Questo processo combinato ha portato all'accumulo di materiali con granulometria progressivamente più fine e minore permeabilità, dalle sabbie ai limi e alle argille, delineando la distinzione tra alta e bassa pianura.
Durante il Pleistocene, il livello del mare ha subito significative fluttuazioni, con fasi di low-stand (abbassamento) che hanno modificato la configurazione costiera. In questi periodi, i fiumi appenninici che oggi sfociano direttamente nel Mare Adriatico erano affluenti di un sistema fluviale ben più esteso, che scorreva verso sud nella zona centrale dell'Adriatico. La sedimentazione nella Pianura Padana è caratterizzata da un'alternanza ciclica di depositi alluvionali di età pleistocenica, sui quali si sovrappongono cicli trasgressivo-regressivi di depositi litorali e di bassa-mare risalenti all'Olocene.
I depositi della Pianura Padana riempiono un "bacino di avanfossa" di età plio-quaternaria, incastonato tra la catena appenninica a sud e quella alpina a nord. Questo non è un semplice avvallamento, ma un bacino geologicamente attivo, formatosi sotto il carico tettonico delle catene montuose circostanti. L'immensa quantità di sedimenti depositati, sia alluvionali che deltizi e marini , è una diretta conseguenza del continuo sollevamento ed erosione delle catene montuose circostanti. Lo spessore complessivo delle unità quaternarie, che può raggiungere i 1000-1500 metri , è una chiara testimonianza della subsidenza a lungo termine del bacino di avanfossa, alimentato costantemente dai prodotti dell'erosione delle Alpi e degli Appennini. Questa dinamica rende la Pianura Padana non solo un'area piatta, ma una vasta trappola sedimentaria in continua evoluzione, con profonde implicazioni per le risorse idriche sotterranee, l'attività sismica e persino il potenziale di giacimenti di idrocarburi.
2.2 Le Forze della Terra: L'Orogenesi Appenninica
La catena montuosa degli Appennini, che attraversa la penisola italiana da nord a sud, ha iniziato il suo processo di formazione circa 30 milioni di anni fa. Questa orogenesi appenninica è il risultato di una complessa interazione tettonica tra la placca Europea e la placca Adriatica, quest'ultima considerata una propaggine della placca Africana. Inizialmente, l'Oceano Tetide, o Ligure-Piemontese, che separava queste placche, ha subito un processo di subduzione, scivolando sotto la placca africana. Questo ha portato al consumo della crosta oceanica e, in una fase successiva, alla collisione tra le masse continentali.
Tra 8 e 2 milioni di anni fa, la crosta terrestre continentale ha sperimentato un assottigliamento, accompagnato da una significativa attività vulcanica. La collisione e la subduzione hanno causato il sollevamento e il corrugamento delle masse rocciose, dando origine a una catena a coltri, caratterizzata dalla sovrapposizione meccanica di successioni di strati della stessa età ma provenienti da aree geografiche diverse. A differenza delle Alpi, gli Appennini mostrano poche evidenze di metamorfismo, suggerendo uno stile deformativo differente. L'Appennino settentrionale, in particolare, ha attraversato uno stadio oceanico dal Cretaceo inferiore all'Eocene medio, dominato dalla subduzione dell'Oceano Ligure-Piemontese, seguito da uno stadio intracontinentale, dall'Eocene superiore-Oligocene fino ad oggi, caratterizzato dalla collisione tra le placche Adria ed Europa.
L'Appennino può essere concettualizzato come una "fabbrica di sedimenti". La sua formazione, guidata dalla collisione delle placche , ha innescato un continuo processo di sollevamento ed erosione della catena montuosa. Questa erosione ha fornito le immense quantità di sedimenti che sono stati poi trasportati dai fiumi e dai ghiacciai nel bacino di avanfossa della Pianura Padana. Questa relazione causale – sollevamento tettonico degli Appennini che genera erosione, che a sua volta alimenta il trasporto e la deposizione di sedimenti nella Pianura Padana – evidenzia come gli Appennini non siano solo una caratteristica geografica, ma la fonte primaria del materiale che costituisce la Pianura Padana. La continua alimentazione di sedimenti, sostenuta dall'attività tettonica in corso , rende la Pianura Padana un'entità dinamica e in costante crescita, costruita dai "prodotti di scarto" della formazione montuosa. Questo sottolinea l'interconnessione profonda tra elementi geologici apparentemente distinti.
Nel territorio bolognese, che si trova al margine appenninico-padano , affiorano formazioni geologiche distintive. Tra queste, le "Argille Azzurre Auctt.", composte da argille e marne plio-pleistoceniche con intercalazioni arenacee e depositi caotici, che poggiano in discordanza su formazioni neogeniche più antiche. La "Successione post-evaporitica del margine padano-adriatico" comprende tutti i depositi del basso Appennino e della Pianura Padana successivi alla fase evaporitica messiniana. I "Calcari a Lucina", ricchi di fossili, sono corpi calcarei isolati, spesso dispersi in argille o marne del Miocene e Pliocene. La loro presenza è associata a faglie che hanno favorito la risalita di gas dal sottosuolo marino. Nella zona dei Gessi Bolognesi, si possono osservare gessi cristallini e rocce scure, come le serpentiniti, le cui tonalità variano dal nero blu-azzurrognolo al verde acqua.
2.3 Il Cuore Geologico di Bologna: Stratigrafia e Depositi Locali
Il sottosuolo della Pianura Padana, inclusi i settori bolognese e romagnolo, è il risultato del riempimento di un bacino di avanfossa plio-quaternario. Le unità quaternarie in quest'area possono raggiungere uno spessore complessivo di 1000-1500 metri. L'evoluzione sedimentaria di questo bacino rivela una tendenza regressiva generale, con un passaggio graduale da depositi marini, via via meno profondi, a depositi di ambiente continentale. Recenti indagini geologiche hanno permesso di ricostruire in dettaglio l'architettura e l'evoluzione dei depositi del tardo Pleistocene-Olocene. Questi sono caratterizzati da un'alternanza ciclica di depositi alluvionali pleistocenici, sovrastati da un ciclo trasgressivo-regressivo di depositi litorali e di bassa-mare olocenici. Nell'area ravennate, i depositi plio-pleistocenici mostrano un assetto strutturale influenzato da pieghe e thrust paralleli NO-SE, noti come pieghe romagnole, che hanno determinato lo spessore e la geometria dei depositi quaternari.
Una chiara superficie di inconformità stratigrafica separa due cicli sedimentari principali: uno marino (Qm) e uno continentale (Qc), quest'ultimo denominato Supersintema Emiliano-Romagnolo. Questo Supersintema comprende l'insieme dei depositi quaternari di origine continentale che affiorano al margine appenninico e i sedimenti ad essi correlati nel sottosuolo della pianura. Il Supersintema Emiliano-Romagnolo è ulteriormente suddiviso in due sintemi, Inferiore e Superiore, ciascuno con uno spessore di circa 300 metri nell'area ravennate. Questi sintemi sono a loro volta articolati in quattro subsintemi, che testimoniano una ciclicità glacio-eustatica di quarto ordine, ovvero un'alternanza di depositi marini e continentali legata alle fluttuazioni del livello del mare.
La stratigrafia può essere considerata un "archivio climatico" dettagliato. Studi condotti nell'area ravennate hanno dimostrato una stretta correlazione tra la disposizione ciclica delle facies sedimentarie e le associazioni polliniche presenti nei sedimenti.Questa correlazione indica che l'impilamento stratigrafico e l'evoluzione climatica sono stati strettamente interconnessi e controllati dalle fluttuazioni glacio-eustatiche. Ad esempio, i depositi marino-marginali "trasgressivi", rappresentati da cunei sabbiosi, sono indicatori di condizioni climatiche interglaciali, caratterizzate da alte concentrazioni polliniche con predominanza di specie arboree termofile come le querce. Al contrario, gli intervalli "regressivi", costituiti da depositi alluvionali, riflettono climi glaciali con basse concentrazioni polliniche e prevalenza di pini e specie non arboree. Questo significa che i geologi possono "leggere" la storia climatica della regione analizzando la sequenza e le caratteristiche degli strati sedimentari. Il sottosuolo della Pianura Padana si rivela così un archivio ad alta risoluzione dei cambiamenti climatici del Quaternario, fornendo dati preziosi per comprendere le passate variazioni ambientali e potenzialmente prevedere quelle future.
I terreni della Pianura Padana, e in particolare quelli del Parco delle Groane (area con caratteristiche simili a depositi pleistocenici presenti altrove nella pianura), presentano caratteristiche geologiche variabili a seconda del periodo e delle modalità di formazione. Gran parte di questi terreni si è formata nel Pleistocene, specificamente durante la glaciazione Mindel. Sono caratterizzati da processi di decalcificazione e argillificazione del feldspato, ossidazione e idratazione dei composti di ferro, che conferiscono loro una distintiva colorazione giallo-rossastra-rugginosa, da cui il termine "ferretto". Questi suoli "ferrettizzati" sono una diretta impronta pedologica di specifiche condizioni climatiche e pedogenetiche del passato. Il profilo pedologico di questi terreni è tipicamente articolato in tre orizzonti: l'Orizzonte A, superficiale, ricco di materiale organico e minerale, con reazione acida; l'Orizzonte B, il "cappello ferrettizzato", composto da ciottoli alterati e argillificati, che rende il terreno coeso, impermeabile e poco aerato; e l'Orizzonte C, più profondo, costituito da materiale incoerente (ghiaia e sabbia) depositato dai ghiacciai. Questi terreni sono generalmente poveri di nutrienti e la loro acidità diminuisce con la profondità.
3. Un Clima in Costante Mutamento: Glaciazioni e Interglaciali
3.1 Le Grandi Glaciazioni del Pleistocene: Gunz, Mindel, Riss, Würm
Il Pleistocene è un'epoca geologica definita dalle sue imponenti glaciazioni, con quattro fasi principali di espansione e ritiro dei ghiacciai riconosciute cronologicamente: Gunz, Mindel, Riss e Würm. Queste fasi glaciali erano intervallate da periodi interglaciali più caldi. Le basse temperature delle fasi fredde hanno portato alla formazione di vaste calotte di ghiaccio, sottraendo grandi masse d'acqua alla circolazione globale e causando un abbassamento significativo dei livelli del mare, che potevano scendere fino a 100 metri al di sotto dell'attuale. Questo abbassamento ha esposto ampie porzioni della Pianura Padana e del fondo del Mare Adriatico. L'erosione operata dai ghiacciai ha modellato profondamente le unità litologiche, depositando materiale morenico che ha formato anfiteatri e bacini lacustri.
Sebbene meno estese rispetto alle Alpi, tracce di glacialismo sono state riconosciute anche negli Appennini, in particolare nell'Appennino Centrale. Durante il Würm recente, i ghiacciai appenninici erano principalmente ghiacciai di montagna, localizzati nelle parti più elevate della catena. Le fronti glaciali nell'Appennino Tosco-Emiliano raggiungevano altitudini minori, fino a 725 metri. È importante notare che alcuni depositi detritici, erroneamente interpretati come morene, sono in realtà il risultato di processi di tettono-clastesi e movimenti di massa, come le frane.
3.2 Cicli Climatici e loro Effetti
Le variazioni climatiche del Pleistocene superiore in Europa, inclusa l'Italia, hanno influenzato profondamente lo sviluppo della vegetazione. Durante l'Interglaciale Riss-Würm, ad esempio, si è assistito a una diffusione di foreste di aghifille, come abeti e pini, e di latifoglie decidue, dominate dalle querce. Al contrario, durante le fasi glaciali, l'Europa centrale e la Pianura Padana erano caratterizzate da un paesaggio di tundra o steppa fredda, quasi privo di alberi. Questa vegetazione era dominata da licheni, betulle nane ed ericacee, o da specie come Artemisia, Ephedra, ginepro, betulle e salici nani. Le condizioni climatiche più fredde del Pleistocene hanno portato a una progressiva scomparsa di specie termofile e a un generale impoverimento della flora europea. L'alternanza di periodi glaciali e interglaciali ha avuto un impatto significativo sui mutamenti della vegetazione e sulla successione delle faune.
Il clima ha agito come un "architetto del paesaggio". I cicli glaciali e interglaciali e il loro impatto diretto sui livelli del mare, sul trasporto dei sedimenti e sulla vegetazione dimostrano che il clima è stato il motore principale dell'evoluzione del paesaggio durante il Pleistocene. I suoli "ferrettizzati" rappresentano una diretta impronta pedologica di specifiche condizioni climatiche durante la glaciazione Mindel. Questo evidenzia che le caratteristiche geologiche osservate oggi non sono statiche, ma il risultato cumulativo di forze climatiche dinamiche che hanno agito su scale temporali vastissime. Ciò sottolinea anche la sensibilità degli ambienti regionali ai cambiamenti climatici globali, una lezione di grande rilevanza per le discussioni contemporanee sul clima.
Per una visione sintetica dell'impatto delle glaciazioni pleistoceniche sulla Pianura Padana, si presenta la seguente tabella:
Tabella 1: Cronologia delle Glaciazioni Pleistoceniche e loro Impatto sulla Pianura Padana
| Nome Glaciazione | Periodo Approssimativo (Ma/ka) | Caratteristiche Climatiche Prevalenti | Impatto sul Livello del Mare | Tipo di Depositi Sedimentari Prevalenti nella Pianura Padana | Vegetazione Tipica |
| Gunz | 2,58 - 1,8 Ma | Freddo, secco | Basso | Morenici, fluvioglaciali, alluvionali | Tundra, steppa fredda |
| Mindel | 1,2 - 0,45 Ma | Freddo, secco | Basso | Morenici, fluvioglaciali, alluvionali, suoli "ferrettizzati" | Tundra, steppa fredda, foreste di Picea (nord Italia) |
| Riss | 300 - 130 ka | Freddo, secco | Basso | Morenici, fluvioglaciali, alluvionali | Tundra, steppa fredda |
| Interglaciale Riss-Würm | 130 - 115 ka | Temperato, piovoso | Alto | Depositi litorali, marini trasgressivi | Foreste di aghifille e latifoglie decidue |
| Würm | 115 - 11,7 ka | Freddo, secco | Molto basso (fino a -100m) | Morenici, fluvioglaciali, alluvionali regressivi | Tundra, steppa-taiga, steppa arida (Tardoglaciale) |
| Olocene | 11,7 ka - Oggi | Temperato, umido | Alto (vicino all'attuale) | Depositi litorali, marini trasgressivi-regressivi, alluvionali | Foresta mista a caducifoglie |
Nota: I periodi sono approssimativi e possono variare leggermente a seconda delle fonti e delle interpretazioni regionali.1
4. La Vita nel Pleistocene Bolognese: Flora e Fauna di un Mondo Perduto
4.1 Un Mosaico di Vegetazione
La flora del Pleistocene nell'Italia settentrionale ha subito profonde trasformazioni in risposta ai cambiamenti climatici, in particolare all'inizio del Pleistocene e durante la transizione climatica del Medio Pleistocene, periodi che hanno visto un calo significativo delle temperature. Durante le fasi glaciali più intense, le specie arboree temperate europee si sono ritirate in aree di rifugio localizzate, come le valli umide e le zone montane dell'Europa meridionale.
Nell'Italia settentrionale, le fasi glaciali del Pleistocene inferiore erano dominate da foreste a prevalenza di Picea (abete rosso), senza una notevole espansione della steppa. Tuttavia, nella Pianura Padana, tra 55.000 e 25.000 anni fa (corrispondente al Pleistocene superiore), si è diffuso un ambiente di steppa-taiga. Questo paesaggio vegetale, tipico dei periodi freddi e con scarse precipitazioni, era caratterizzato da aree forestali a pino, betulla e abete rosso, alternate a estese zone di steppa dominate dalle graminacee. Nel Tardoglaciale, tra 17.000 e 12.000 anni fa, la Pianura Padana si trasformò in una vasta steppa arida, con aree riparie forestali che persistevano lungo i corsi d'acqua, offrendo rifugio a specie come l'alce. Dopo la conclusione dei periodi glaciali, una foresta mista a caducifoglie ha progressivamente colonizzato l'intera pianura, ospitando una ricca biodiversità. L'alternarsi di periodi glaciali e interglaciali ha causato un notevole impoverimento della flora europea, portando alla scomparsa di numerose specie arboree, tra cui Zelkova, Carya, Pterocaria, Tsuga, e forme antiche di Castanea, Pinus e Abies.
Nell'Emilia-Romagna, è possibile osservare la presenza di piante che solitamente vegetano ad alte quote appenniniche. Queste sono considerate entità relitte, discese a quote inferiori durante i periodi glaciali e che oggi persistono in stazioni collinari con microclimi favorevoli. Alcune specie termofile hanno trovato rifugio nel sud Europa fino alla transizione tra Pleistocene inferiore e medio.
4.2 Giganti e Piccoli Abitanti
Il Pleistocene inferiore è segnato dalla persistenza di alcune specie plioceniche e dall'arrivo di nuove forme faunistiche. Tra i mammiferi di grande taglia che popolavano il territorio, si annoverano:
- Mammut (Mammuthus meridionalis, Mammuthus primigenius): questi proboscidati abitavano le steppe aride e fredde e le praterie con boschi radi, nutrendosi di erbe, felci, muschi e rami.6 Importanti reperti di mammut sono stati rinvenuti a Settepolesini di Bondeno, in provincia di Ferrara.
- Rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis): questa specie era presente nella Pianura Padana durante le fasi più fredde.
- Megacero (Megaloceros giganteus): un cervo gigante i cui resti sono stati trovati sia in Pianura Padana che nell'Italia centrale.
- Ippopotamo (Hippopotamus antiquus, Hippopotamus amphibius): la sua presenza nel Lazio e in Italia centrale suggerisce l'esistenza di climi più caldi e umidi.
- Bisonte (Bison priscus, Bison (Eobison) sp.): dominava le steppe aride del Tardoglaciale.
- Uro (Bos primigenius): un grande erbivoro presente tra le faune dell'epoca.
Oltre a questi giganti, il panorama faunistico includeva:
- Cervi: diverse specie, tra cui Eucladoceros dicranios (cervo gigante), Pseudodama nesti, Cervus elaphus (cervo), Capreolus capreolus (capriolo) e Dama dama (daino).
- Carnivori: Orso (inclusa la specie delle caverne Ursus spelaeus), canidi (lupo, sciacallo), leopardo (Panthera pardus), lince, tigre dai denti a sciabola (Homotherium), iena maculata (Pachycrocuta brevirostris, Crocuta crocuta spelaea), un piccolo leone (Panthera gombaszoegensis) e il leone delle caverne (Panthera leo spelaea).
- Roditori e altri piccoli mammiferi: Lepre fischiante (Ochotona pusilla), sicista (Sicista betulina), topolino delle risaie, topolino delle case, ratto nero e ratto grigio.
- Molluschi: Specie come Viviparus ampullaceus, V. belluccii, Valvata anconai, V. interposta, Prosothenia meneghiniana, P. etrusca. La presenza di Macoma obliqua in sedimenti argilloso-siltosi dell'Appennino Romagnolo indica un ambiente marino neritico e poco profondo, con affinità fredda.
- Uccelli, Anfibi e Rettili: I frequenti ritrovamenti di resti di queste classi animali forniscono preziose informazioni paleoclimatiche. Ad esempio, la presenza della civetta delle nevi (Nyctea scandiaca) in Italia denuncia l'esistenza di momenti glaciali.
La biodiversità può essere considerata un "termometro climatico". Le liste dettagliate di flora e fauna e la loro correlazione diretta con le condizioni climatiche dominanti (ad esempio, tundra/steppa con megafauna adattata al freddo durante i periodi glaciali, foreste miste di latifoglie con diversi ungulati durante gli interglaciali) dimostrano come la vita si adatti e sia modellata dalle forze geologiche e climatiche. La scomparsa di alcune specie, come Zelkova, Carya, Pterocarya, Tsuga, mammut e rinoceronti , segna significative soglie climatiche. Il registro fossile funge da potente indicatore per la ricostruzione dei climi passati, permettendo ai paleontologi di inferire temperature, precipitazioni e tipi di habitat, fornendo un quadro dettagliato del paleoambiente.
Reperti fossili significativi sono conservati in Emilia-Romagna. Il Museo di Paleontologia e Preistoria "P. Leonardi" a Ferrara ospita numerosi resti ossei di mammut e altri animali. Altri musei regionali, come il Museo di Geologia e Paleontologia "Giovanni Capellini" a Bologna, il Museo Geologico G. Cortesi a Castell'Arquato e il Museo Paleontologico di Mondaino, custodiscono collezioni significative.Sebbene il Museo Capellini non specifichi dettagliatamente le sue collezioni pleistoceniche , la sua vasta portata, che include reperti del Pliocene, Eocene e Giurassico, suggerisce la potenziale presenza di materiali pertinenti o la capacità di accoglierli.
Per una panoramica più dettagliata della flora e fauna pleistocenica in Emilia-Romagna, si propone la seguente tabella:
Tabella 2: Fauna e Flora del Pleistocene in Emilia-Romagna: Esempi Significativi
| Nome Specie | Tipo | Periodo di Presenza | Habitat/Paleoambiente Tipico | Località di Ritrovamento in Emilia-Romagna | Rilevanza |
| Mammuthus primigenius | Mammifero (Proboscidato) | Pleistocene Superiore, Tardoglaciale | Steppa-taiga, steppe aride e fredde | Settepolesini di Bondeno (FE) | Specie iconica, indicatore di clima freddo |
| Coelodonta antiquitatis | Mammifero (Rinoceronte lanoso) | Pleistocene Superiore, Tardoglaciale | Steppa-taiga, steppe fredde | Pianura Padana | Indicatore di clima freddo |
| Megaloceros giganteus | Mammifero (Cervo gigante) | Pleistocene Superiore, Tardoglaciale | Steppa-taiga, prateria-parco | Pianura Padana, Italia centrale | Specie iconica di ambienti aperti/semi-aperti |
| Hippopotamus antiquus | Mammifero (Ippopotamo) | Pleistocene Inferiore-Medio | Ambienti acquatici, climi caldi e umidi | Lazio, Italia centrale | Indicatore di clima temperato/caldo e umido |
| Bison priscus | Mammifero (Bisonte) | Pleistocene Superiore, Tardoglaciale | Steppa arida | Pianura Padana | Specie dominante in ambienti aridi |
| Pinus (varie spp.) | Flora (Albero) | Tutto il Pleistocene | Foreste di conifere (glaciali), steppa-taiga | Italia settentrionale, Pianura Padana | Prevalente in fasi fredde, indicatore di clima glaciale |
| Quercus (varie spp.) | Flora (Albero) | Interglaciali, Olocene | Foreste di latifoglie decidue, foresta termofila | Italia settentrionale, Pianura Padana | Prevalente in fasi calde, indicatore di clima interglaciale |
| Artemisia | Flora (Erba/Arbusto) | Fasi glaciali | Steppa fredda | Pianura Padana | Indicatore di clima freddo e secco |
| Nyctea scandiaca | Uccello (Civetta delle nevi) | Pleistocene | Ambienti freddi, tundra | Italia (generico) | Indicatore di momenti glaciali |
| Macoma obliqua | Mollusco | Pleistocene Inferiore | Ambiente marino neritico, poco profondo | Appennino Romagnolo | Indicatore di affinità fredda in ambiente marino |
5. Le Prime Orme Umane: Ominidi e Archeologia nel Territorio
5.1 I Pionieri dell'Eurasia: Le Migrazioni di Homo Erectus e Homo Habilis
L'opinione scientifica largamente accettata è che il popolamento iniziale dell'Eurasia abbia avuto origine dal continente africano. Tra i primi membri del genere Homo, si annovera Homo habilis, soprannominato "Handy Man", che visse in Africa orientale e meridionale tra 2,4 e 1,4 milioni di anni fa. Sebbene si pensasse inizialmente che fosse il primo a produrre strumenti in pietra, evidenze più recenti suggeriscono che gli strumenti più antichi siano stati datati a un periodo leggermente precedente. La dieta di Homo habilis era versatile, includendo sia vegetali che tessuti animali, come dimostrato dai segni di macellazione su ossa rinvenute. È interessante notare che Homo habilis e Homo erectus (o Homo ergaster, come spesso viene chiamato in Africa) coesistettero in Africa orientale per quasi mezzo milione di anni.
Homo erectus è la specie primariamente associata alle prime grandi ondate migratorie fuori dall'Africa, con resti fossili e manufatti litici rinvenuti in contesti sia asiatici (come in Cina e Indonesia) che europei. Le migrazioni umane preistoriche dall'Africa si sono svolte in ondate successive, con il popolamento del Medio Oriente stimato tra 45.000 e 40.000 anni fa, e l'arrivo in Europa dal Sud-Est e dall'Est intorno a 40.000 anni fa.
In Italia, la presenza umana più antica è collegata a Homo erectus. Uno dei siti archeologici più significativi è Notarchirico, in Basilicata, dove sono stati scoperti i più antichi manufatti litici Acheuleani europei, datati a circa 700.000 anni fa. Presso questo stesso sito è stato rinvenuto un frammento di femore di una femmina di Homo erectus, soprannominata "Marpi", databile a circa 300.000 anni fa, che rappresenta il più antico resto umano dell'Italia meridionale. Un cranio scoperto a Ceprano, nel Lazio meridionale, databile anch'esso intorno ai 700.000 anni fa, presenta caratteristiche che mostrano affinità e al contempo divergenze rispetto a quelle tipiche di Homo erectus.
5.2 Tracce Antiche a Bologna e Dintorni
Il territorio bolognese si configura come un "crocevia preistorico", con importanti evidenze della presenza umana nel Paleolitico inferiore.
Il Giacimento di Scornetta, situato sulla sinistra della strada che da San Lazzaro (BO) conduce alla Croara, ha restituito numerosi materiali risalenti al Paleolitico inferiore.39 Le prime indagini furono condotte da Luigi Fantini negli anni '30 del secolo scorso. I reperti, sebbene raccolti in superficie, erano originariamente conservati all'interno di depositi loessici risalenti al Pleistocene medio (corrispondente al Cataglaciale rissiano nella cronologia alpina), a una quota compresa tra 80 e 150 metri sul livello del mare.39 L'industria litica di Scornetta è particolarmente significativa: comprende 965 reperti, tra cui choppers, chopping-tools, bifacciali, nuclei e schegge. È caratterizzata dall'uso di ciottoli fluviali, prevalentemente in ftanite e selce, e dalla ben documentata litotecnica Levallois.39 Questa tecnica, associata a Homo erectus e ominidi successivi, indica capacità cognitive avanzate e un notevole adattamento. L'assemblaggio litico di Scornetta mostra affinità con altri complessi noti nella Valle Padana e in Emilia Romagna.39 I reperti sono attualmente conservati presso il Museo Archeologico "Luigi Donini" a San Lazzaro di Savena.39
Un altro sito di rilevante interesse è il Sito della Cava Filo, anch'esso a San Lazzaro di Savena. Quest'area di scavo ha rivelato accumuli di resti ossei e litici, che suggeriscono attività connesse alla caccia di megafauna in microsistemi ambientali "chiusi", come paleo-vallecole allagate. Nuove datazioni di reperti ossei provenienti dalla Grotta del Farneto, sempre nei Gessi Bolognesi, stanno contribuendo a chiarire le frequentazioni protostoriche di questa importante cavità. Il Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa è riconosciuto come un'area di importanza nazionale ed europea per il suo eccezionale patrimonio ambientale e geodiversità, che include non solo siti paleontologici ma anche habitat di specie protette. La presenza di questi siti archeologici nel territorio bolognese non solo fornisce prove tangibili della presenza umana e delle loro capacità tecnologiche, ma rende la regione un'area chiave per la comprensione del popolamento paleolitico dell'Italia e dell'Eurasia. La loro localizzazione all'interno dell'area dei Gessi Bolognesi sottolinea anche l'importanza di specifiche formazioni geologiche come ambienti attrattivi o fonti di risorse per i primi esseri umani.
5.3 Vita Quotidiana dei Cacciatori-Raccoglitori
Le evidenze archeologiche hanno permesso di ricostruire aspetti della vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori del Pleistocene. Prove inequivocabili dimostrano che queste popolazioni, presenti in Italia almeno 15.000 anni fa, lavoravano e consumavano cereali selvatici e altre piante commestibili. L'analisi del tartaro dentale di individui paleolitici in Italia ha rivelato il consumo di cereali selvatici, semi e frutti delle foreste verso la fine dell'ultima era glaciale. L'utilizzo di utensili in pietra non scheggiati per la lavorazione di alimenti vegetali è stato confermato da studi sull'usura e sui residui microscopici presenti su tali strumenti.
Dal punto di vista dell'organizzazione sociale, le popolazioni di cacciatori-raccoglitori erano tipicamente egualitarie e pacifiche. Erano dotate di meccanismi sociali volti a scoraggiare l'ostentazione e la dominazione individuale. Il loro stile di vita era profondamente radicato nei principi della condivisione e del dono, piuttosto che sulla competizione, promuovendo una coesione sociale basata sulla fiducia e l'approvazione reciproca.
6. Bologna Oggi: Un Patrimonio Geologico e Paleontologico da Scoprire
Il territorio di Bologna è un vero e proprio "laboratorio naturale" che offre un'opportunità unica per studiare l'evoluzione geologica, climatica, biologica e antropologica. La presenza di formazioni geologiche specifiche, come i Gessi Bolognesi e i suoli ferrettizzati, il ricco registro fossile e i siti archeologici come Scornetta e Cava Filo, costituiscono un contesto eccezionale per l'indagine di processi globali su scala locale. Lo studio del passato profondo di Bologna non ha solo un significato regionale, ma contribuisce a una più ampia comprensione della scienza del Quaternario, dell'evoluzione umana e della ricostruzione paleoambientale a livello europeo e globale, posizionando Bologna come un centro significativo per la ricerca scientifica e la valorizzazione del patrimonio.
La conservazione e lo studio di questo patrimonio sono affidati a importanti musei e istituzioni di riferimento:
- Il Museo di Geologia e Paleontologia "Giovanni Capellini" dell'Università di Bologna è riconosciuto come il più importante museo paleontologico italiano. Custodisce oltre 500.000 pezzi esposti e quasi un milione di reperti conservati. Sebbene le sue collezioni pleistoceniche non siano specificamente dettagliate nelle fonti, la sua vasta portata, che include reperti del Pliocene (come lo scheletro di un mastodonte) , Eocene e Giurassico (come l'imponente modello di Diplodocus) , suggerisce la potenziale presenza di materiali pertinenti al Pleistocene o la capacità di ospitarli.
- Il Museo della Preistoria "Luigi Donini" a San Lazzaro di Savena (BO) rappresenta un punto di riferimento cruciale per i ritrovamenti archeologici locali, inclusi quelli provenienti dai siti di Scornetta e Cava Filo.
- Altre istituzioni e musei di rilievo in Emilia-Romagna comprendono il Museo Geologico G. Cortesi a Castell'Arquato, il Museo Paleontologico di Mondaino, il Museo di Paleontologia e Preistoria "Piero Leonardi" a Ferrara, il Museo Civico di Scienze Naturali a Faenza e il Museo di Storia Naturale di Piacenza.
- A livello nazionale, l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria, IGAG) sono enti fondamentali per la ricerca geologica e ambientale in Italia. Le loro attività spaziano dalla geodinamica e storia geologica recente del pianeta alle risorse del sottosuolo, inclusi studi geoarcheologici.
Questi musei e istituti non sono semplici luoghi di esposizione, ma veri e propri "custodi della memoria profonda", centri vitali per la ricerca scientifica, la conservazione del patrimonio geologico e paleontologico e la sua divulgazione al pubblico. La loro esistenza testimonia un impegno consapevole nella preservazione e nell'interpretazione della storia profonda della regione. La continua ricerca in siti come Scornetta e Cava Filo, spesso in collaborazione con team internazionali, arricchisce costantemente la nostra comprensione del passato. La conservazione di queste collezioni e la prosecuzione della ricerca sono essenziali affinché le generazioni future possano comprendere i cambiamenti ambientali a lungo termine e la resilienza della vita. Essi fungono da poli educativi, collegando il pubblico alla comprensione scientifica della storia della Terra e sottolineando il valore del patrimonio geologico. Questo evidenzia anche l'impegno della regione nella ricerca scientifica e nell'educazione pubblica in questi campi.
7. Conclusioni: Bologna, un Libro Aperto sulla Storia della Terra
Il territorio di Bologna si rivela un palinsesto geologico straordinariamente ricco, che narra una storia di milioni di anni. Dalla sua origine come vasto golfo marino nel Pliocene all'attuale conformazione della Pianura Padana, il paesaggio è stato incessantemente modellato dalla complessa interazione di forze tettoniche, responsabili dell'orogenesi appenninica, e di dinamiche climatiche, in particolare le grandi glaciazioni pleistoceniche.
La stratigrafia del sottosuolo bolognese costituisce un archivio dettagliato e ad alta risoluzione dei cicli climatici del Quaternario. Ogni strato di roccia, ogni tipo di deposito sedimentario, dalle morene ai sedimenti alluvionali e marini, rivela un mosaico di paleoambienti che hanno ospitato una flora e una fauna diversificate, adattatesi a condizioni estreme, dai mammut che pascolavano nelle steppe-taiga alle foreste di conifere e latifoglie che si alternavano con i cambiamenti di temperatura e umidità.
Le prime tracce della presenza umana, con l'arrivo di Homo erectus e lo sviluppo di sofisticate industrie litiche del Paleolitico inferiore, testimoniano una presenza antica e una notevole capacità di adattamento a un ambiente in costante evoluzione. I siti archeologici locali, come Scornetta e Cava Filo, forniscono evidenze tangibili di questa storia, rendendo Bologna un punto focale per la comprensione del popolamento preistorico dell'Italia e dell'Eurasia.
La storia di Bologna è un esempio eloquente della profonda interconnessione tra geologia, clima, evoluzione della vita e sviluppo umano. Ogni strato di roccia, ogni fossile, ogni manufatto archeologico contribuisce a raccontare una parte di questa epica narrazione. Comprendere questo passato remoto non è un mero esercizio accademico, ma fornisce una prospettiva essenziale sulla resilienza del nostro pianeta e sulla nostra stessa storia come specie. Questa conoscenza sottolinea l'importanza cruciale della conservazione del patrimonio geologico e archeologico e della continua ricerca scientifica per affrontare le sfide future, dal cambiamento climatico alla gestione delle risorse naturali.

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