902 d.C. e la Ferita di Bologna: La Distruzione della Rotonda di Santo Stefano, Anello Spezzato tra Paleocristianesimo e Rinascita Romanica
I. Il Crepuscolo del Secolo Oscuro: Contesto e Invasioni Ungare in Italia
L'anno 902 d.C. si configura, per la storia di Bologna e dell'Italia settentrionale, come uno spartiacque drammatico. Non si trattò di un episodio isolato di saccheggio, ma del culmine di una crisi geopolitica e militare che aveva messo in ginocchio la Pianura Padana. Per comprendere l'impatto della distruzione della Rotonda di Santo Stefano, è indispensabile analizzare il contesto di estrema vulnerabilità in cui si trovava il Regno d'Italia al volgere del IX e X secolo.
1.1. L’Italia Post-Carolingia e la Crisi dei Poteri Locali
Alla fine del IX secolo, l'autorità imperiale carolingia era ormai gravemente indebolita, lasciando il Regno d'Italia in uno stato di profonda frammentazione politica. Il potere centrale, nominalmente detenuto da figure come Berengario I del Friuli, era insufficiente a esercitare un controllo effettivo o a garantire la difesa coordinata del territorio. Le forze militari erano disperse tra nobiltà locale e poteri ecclesiastici, spesso in competizione tra loro. Le città, incluse quelle dell'Emilia, erano rimaste con strutture difensive urbane ereditate dall’epoca romana, ormai obsolete o in rovina, e in generale non adeguate a fronteggiare minacce esterne mobili e imprevedibili.
Questa frammentazione istituzionale si tradusse in una vera e propria vulnerabilità strutturale. La Pianura Padana, una delle regioni più ricche e vitali della penisola, divenne un facile corridoio per le incursioni esterne, non solo saracene dal sud, ma soprattutto magiare (ungare) dall'est. Il crollo della stabilità politica centrale non permise alle comunità locali di organizzare una resistenza efficace e duratura, rendendo le incursioni non solo possibili, ma sistematicamente devastanti.1
1.2. Gli Ungari (Magiari): Origine, Migrazione e Tattiche di Razzia
Gli Ungari, o Magiari, erano una popolazione nomade di origine uralo-altaica che si era stanziata nella Pannonia (l'attuale Ungheria) verso la fine del IX secolo. La loro irruzione in Europa centrale fu caratterizzata da una pressione migratoria che si trasformò rapidamente in una serie di campagne di razzia che si estesero sistematicamente in Italia, Germania e Francia.2
La loro superiorità militare risiedeva in un approccio bellico basato sulla mobilità e sulla cavalleria leggera, sfruttando l'elemento sorpresa contro gli eserciti occidentali, che erano spesso lenti e ancorati alla fanteria pesante.2 Le loro campagne erano, per definizione, rapide, violente e improvvise.
Un aspetto cruciale delle tattiche magiare era la maestria nell'uso degli arcieri a cavallo e l'impiego della finta ritirata.2 In combattimento, gli arcieri ungari colpivano inizialmente i nemici a distanza. Se costretti a uno scontro diretto, simulavano una fuga disordinata al fine di indurre gli inseguitori, solitamente la cavalleria pesante occidentale, a rompere le proprie formazioni compatte.2 Una volta che i ranghi nemici erano frammentati e disorganizzati, la cavalleria magiara tornava a colpire, prevalendo sull'unità dispersa.2 Questo sistema di guerra, definito da alcuni storici come una consolidata "arte della rapina e dell'assedio" 3, era devastante per la difesa statica delle città e degli eserciti feudali dell'Alto Medioevo.
1.3. La Scia di Fuoco: Bologna e il Triennio di Devastazione (899-902)
Bologna non fu colpita da una singola incursione, ma da una serie di attacchi che si intensificarono tra l'899 e il 902. La prima grande incursione nella Pianura Padana avvenne nell'899 d.C., culminando nella vittoria ungara nella Battaglia del Brenta contro Berengario I.2 In quella fase, Bologna subì una "spedizione brutale, inaspettata e devastante" che portò all'incendio delle periferie, alla depredazione delle risorse agricole e alla decimazione della popolazione.1
L'attacco del 902 si inserì in questo contesto di terrore e crisi, rappresentando un colpo più mirato e distruttivo. In quel periodo, le incursioni magiare continuarono a devastare l'Italia settentrionale, colpendo centri come Verona, Modena, Reggio e Ravenna. Il 902, sebbene le cronache generali registrino anche campagne contro la Moravia settentrionale 2, vide l'assalto finale e decisivo a Bologna, concentrato sul suo centro spirituale.
La seguente tabella riassume la pressione esercitata in quel triennio, evidenziando come la distruzione della Rotonda si collochi al culmine della fase più violenta delle incursioni magiare in Italia:
Cronologia delle Incursioni Magiari in Italia Settentrionale (899-902 d.C.)
| Anno | Obiettivo/Evento Chiave | Impatto sull'Emilia-Romagna e Bologna | Fonte/Riferimento Chiave |
| 899 d.C. | Prima Invasione su larga scala; Battaglia del Brenta. | Saccheggio e incendio delle periferie di Bologna; devastazione di Modena, Treviso e campagne limitrofe. | 1 |
| 901 d.C. | Attacco al Nord Italia; Sconfitta a Lubiana (Carinzia). | Prosecuzione della minaccia e mantenimento di uno stato di insicurezza. | 2 |
| 902 d.C. | Campagna militare; Distruzione mirata. | Completa distruzione della Rotonda di Santo Stefano (attraverso incendio e saccheggio del complesso). | 4 |
La distruzione del 902 non può essere considerata un evento isolato; fu il risultato diretto della superiorità tattica magiara, che sfruttò in modo efficace il vuoto di potere lasciato dal collasso carolingio. La capacità di attacco e rapida ritirata (tattica hit-and-run) era la chiave della devastazione subita dalle città italiane, e la Rotonda di Santo Stefano, pur essendo un simbolo di continuità religiosa, divenne un bersaglio facile una volta superate le difese urbane inadeguate.
II. Il Cuore Paleocristiano di Bologna: La Rotonda Prima della Devastazione
Prima di soccombere all'incursione ungara, il complesso di Santo Stefano, noto come "le Sette Chiese," rappresentava il fulcro della memoria e dell'identità cristiana di Bologna, svolgendo una funzione teologica e liturgica essenziale.
2.1. Il Progetto Petroniano: La "Santa Gerusalemme" Bolognese
Secondo la tradizione, il complesso fu fondato dal Vescovo Petronio tra il 431 e il 450 d.C., con l'intento ambizioso di fare di Bologna una Imago Urbis, una replica simbolica e sacra della Città Santa.5 Già in un documento ufficiale dell’887 d.C., il complesso era menzionato come Sanctum Stephanum qui dicitur Sancta Hjerusalem, a dimostrazione del suo status di centro spirituale indiscusso prima dell'anno 902.6
L’elemento centrale di questo progetto era la Rotonda, l'edificio circolare o, più precisamente, ottagonale, ispirato all'Anastasis del Santo Sepolcro di Gerusalemme così come era stato inglobato dalla basilica costantiniana.5 Petronio replicò la struttura tripartita di Gerusalemme (Basilica, Cortile, Anastasis), ma in una sequenza invertita per adattarla ai riti liturgici del tempo, creando un percorso sacro per i catecumeni e i fedeli.5
2.2. Simbolismo Architettonico e Liturgico della Rotonda Originaria
La Rotonda, nota come Chiesa del Santo Sepolcro, nella sua configurazione originaria paleocristiana, era caratterizzata da una pianta centrale ottagonale.5 Questa scelta non era meramente stilistica, ma profondamente teologica. Il numero otto, nel linguaggio dei Padri della Chiesa, simboleggiava l'Ottavo Giorno, ovvero il giorno della Risurrezione di Cristo, che apre un tempo nuovo e senza fine.5
L'edificio era concepito essenzialmente come un martyrium.5 Esso custodiva le reliquie dei martiri bolognesi Vitale e Agricola ed era il luogo dove veniva amministrato il battesimo per immersione.5 Entrare in questa Rotonda (l'Anastasis) significava per il catecumeno fare esperienza diretta di morte e resurrezione, un vero e proprio martirio simbolico. L'architettura dunque metteva il fedele nella situazione delle donne al mattino di Pasqua che scoprono la tomba vuota.5
A ciò si aggiungeva la stratificazione culturale del sito. Il complesso sorse su un'area funeraria preesistente, con tracce di un antico tempio pagano dedicato a Iside. I cristiani scelsero di costruire il luogo dedicato al battesimo e al rinnovamento spirituale su un sostrato pagano che già parlava di concetti di acqua, morte e rinascita, recuperando anche colonne e materiali dal tempio di Iside.5 La dedicazione a Santo Stefano, il primo martire, sottolineava l'impegno di Petronio a far sì che i catecumeni entrassero in una storia di testimonianza radicale (martyrium).5
2.3. Il Valore del Complesso all’Epoca della Razzia
La Rotonda rappresentava il cuore della memoria cristiana bolognese e custodiva simbolicamente la continuità tra la comunità paleocristiana (del V secolo) e il culto medievale.
Distruggere la Rotonda del Santo Sepolcro nel 902 significò, in termini spirituali e culturali, interrompere il legame tra la comunità e la sua stessa fondazione mitica. L'incendio e la distruzione di questo edificio, sede del battesimo, non furono un danno casuale, ma la cancellazione della sede della rigenerazione spirituale della città. Ciò rese il trauma del 902 non solo militare, ma essenzialmente teologico, lasciando la comunità di fronte al fallimento della sua imago urbis e alla sua vulnerabilità in un momento di crisi acuta.4 La distruzione non colpì solo le pietre, ma la narrazione fondativa di Bologna stessa.
III. Anno 902 d.C.: La Rotonda Infranta e la Testimonianza delle Fonti
L'incursione ungara del 902 si distinse per la sua ferocia e l'obiettivo altamente simbolico. La cronaca degli eventi, supportata dalle fonti annalistiche e dalle conseguenze archeologiche, descrive un momento di rottura definitiva per il complesso stefaniano.
3.1. L'Assalto Finale e la Devastazione Simbolica
Durante l’incursione del 902, le orde ungare penetrarono nel centro cittadino, come parte di una più ampia operazione di saccheggio dell'Emilia [Original text]. Il complesso di Santo Stefano fu saccheggiato con violenza; le fonti locali riferiscono che la Rotonda fu specificamente "incendiata e distrutta completamente".4
Le tattiche di razzia magiara, basate sulla velocità e sulla distruzione degli asset produttivi e simbolici 3, garantivano che la distruzione di un centro religioso così prominente avrebbe avuto il massimo impatto psicologico e pratico sulla popolazione. La distruzione fisica della Rotonda, insieme ad altri edifici sacri e abitazioni circostanti, simboleggiava il collasso della protezione divina e dell'ordine sociale in un'epoca già preda del Secolo Oscuro.
3.2. L'Analisi Critica delle Fonti Annalistiche
La data e la natura della distruzione sono cruciali e sono supportate dagli annales che registrano l'incursione Ungarorum in quel periodo.7 Queste fonti, spesso redatte da chierici, pongono grande enfasi sulla violenza perpetrata contro i luoghi di culto, elemento che ne rafforza l'affidabilità riguardo alla gravità dell'evento.
L'analisi storiografica stabilisce che l'edificio non fu più ricostruito nella sua forma paleocristiana originaria [Original text]. Questo suggerisce che il danno non fu limitato alla superficie o alle decorazioni, ma fu strutturale. La perdita della copertura in legno e, probabilmente, l'instabilità delle colonne originali (alcune delle quali potevano provenire dal tempio di Iside 5), richiesero non una riparazione, ma una rifondazione totale.
Nonostante la stratificazione continua di restauri (dal V al XII secolo) renda complessa la ricerca di evidenze archeologiche dirette di un incendio datato esattamente al 902, la concordanza delle fonti testuali non lascia dubbi sul trauma subito dal complesso, che è stato il catalizzatore del suo radicale mutamento successivo.9
3.3. Il Vuoto nel X Secolo e la Crisi Ricostruttiva
Una delle conseguenze più indicative dell'attacco del 902 fu il lungo periodo di stasi edilizia che ne seguì. Il complesso fu rielaborato profondamente solo "nei secoli successivi, in particolare nel corso del XII secolo" [Original text]. Il X secolo, spesso definito "Secolo Oscuro", fu per Bologna un periodo di crisi economica, demografica e di insicurezza, che impedì una ricostruzione immediata su larga scala.
Questo ritardo trentennale testimonia la profonda incapacità della città di mobilitare le risorse necessarie per ripristinare il suo centro spirituale. La priorità, in questa fase post-ungara, divenne la fortificazione urbana e la riorganizzazione delle élite locali, spesso attraverso relazioni patrimoniali tra nobiltà e poteri ecclesiastici come l'arcivescovado di Ravenna.10
La Rotonda distrutta divenne un monito costante della vulnerabilità cittadina. Questo trauma del 902, tuttavia, agì da catalizzatore remoto, spingendo verso la riorganizzazione politica e la fortificazione urbana che avrebbero preso forma nei secoli successivi.1 Per ristabilire la credibilità dei poteri, sia laici che ecclesiastici, il ripristino dell'ordine, seppur lento, era politicamente indispensabile.
IV. Dalle Ceneri alla Gloria Romanica: La Rinascita di Santo Stefano
La vera rinascita del complesso di Santo Stefano avvenne a cavallo tra l'XI e il XII secolo. La distruzione del 902, pur tragica, aveva creato una tabula rasa che permise ai nuovi protagonisti religiosi e alle nuove correnti teologiche di imprimere una riscrittura totale dell'architettura e del suo significato.
4.1. Il Ruolo dei Monaci Benedettini e la Rielaborazione Funzionale
La stabilizzazione e la rifondazione di Santo Stefano furono rese possibili dall’arrivo e dall’insediamento dei monaci di tradizione benedettina. L'esistenza del monastero è attestata almeno dal 983 d.C. 11, ma il grande progetto costruttivo fiorì nel XII secolo.5 L’ordine benedettino fornì la struttura organizzativa, la stabilità economica e la visione teologica necessarie per intraprendere un progetto di tale portata, che fuse influenze romane, bizantine, longobarde e frankish, culminando nell’atmosfera romanica che pervade il complesso oggi.9
I Benedettini non si limitarono a restaurare, ma intrapresero una riedificazione radicale. La distruzione ungara aveva in effetti rimosso l'edificio paleocristiano originario, permettendo al XII secolo di imprimere un nuovo messaggio architettonico e teologico più rilevante per la Chiesa medievale, che stava evolvendo dall'enfasi sul martirio locale all'universalismo crociato.5
4.2. La Nuova Rotonda: L'Impronta delle Crociate e la Simbologia del Dodici
La ricostruzione della Rotonda del Santo Sepolcro nel XII secolo fu profondamente influenzata dal fenomeno delle Crociate. I crociati bolognesi, recatisi in Palestina, scoprirono che il Santo Sepolcro di Gerusalemme (ristrutturato dopo la sua distruzione nel 1009) appariva diverso rispetto al loro "Santo Sepolcro stefaniano" paleocristiano.5 Al loro ritorno, promossero un ambizioso aggiornamento architettonico.
I Benedettini, nel riedificare l'Anastasis, la trasformarono in una replica perfetta in scala 1:2 del Santo Sepolcro di Gerusalemme così come appariva nel XII secolo.5 Questo intervento è di eccezionale valore storico, poiché il Santo Sepolcro di Bologna è oggi l'unico luogo al mondo che offre un'idea precisa dell'aspetto architettonico della Rotonda gerosolimitana durante l'età crociata.5
Dal punto di vista simbolico, avvenne un cruciale passaggio teologico-architettonico. La struttura romanica abbandonò la simbologia dell'Otto (legata al battesimo e alla Risurrezione individuale) per adottare la simbologia del Dodici. Le dodici colonne interne della nuova Rotonda rappresentano la Chiesa dei Dodici Apostoli, le "colonne" menzionate da San Paolo, che emerge dalla tomba vuota di Cristo.5 Questo cambio rifletteva una teologia più orientata alla Chiesa universale, militante, e al ruolo centrale dei pellegrinaggi e delle Crociate nell'immaginario medievale.
4.3. La Trasformazione della Topografia Sacra: La "Nuova Gerusalemme" Liturgica
La riorganizzazione romanica si spinse oltre la mera ricostruzione architettonica. L'intero complesso e l'area circostante furono completamente risignificati per servire da scenario rituale per le paraliturgie pasquali, consolidando l'identità di Bologna come Nuova Gerusalemme.5
Il cortile centrale, per esempio, divenne il Cortile di Pilato (o Litostroto), il luogo in cui Cristo fu processato.5 L'antica vasca longobarda fu riadattata a "Catino di Pilato".5 La sacralizzazione si estese ai confini urbani: la Via Santo Stefano divenne simbolicamente il Torrente Cedron, e la chiesa di San Giovanni in Monte, dirimpetto al complesso, fu assimilata al Monte degli Ulivi.5 La città intera fu così integrata nel dramma liturgico della Passione, unificando l'identità civica e religiosa sotto il segno del pellegrinaggio e della memoria di Gerusalemme.
La distruzione del 902 ha, dunque, involontariamente facilitato un "aggiornamento teologico" forzato. La Rotonda del XII secolo, con la sua simbologia del Dodici e il richiamo diretto alle Crociate, rispondeva meglio alle nuove esigenze spirituali dell'epoca rispetto alla struttura paleocristiana (Ottagono) che era stata cancellata dalla violenza ungara.
Confronto Simbolico-Architettonico: Rotonda Paleocristiana (V sec.) vs. Rotonda Romanica (XII sec.)
| Elemento Architettonico/Simbolico | Fase Paleocristiana (Pre-902) | Fase Romanica (Post-1100) | Significato Teologico Dominante |
| Forma/Colonnato | Pianta ottagonale, basata su otto colonne. | Colonnato interno a dodici (12) lati. | Transizione dal Battesimo/Risurrezione (Otto) alla Chiesa Apostolica Universale (Dodici). |
| Modello Riferimento | Anastasis di Costantino (IV sec., interpretazione locale). | Santo Sepolcro (XII sec.), replica in scala della struttura crociata. | Allineamento con l'ideale della Reconquista e delle Crociate. |
| Funzione Principale | Martyrium per Vitale e Agricola; Battistero per immersione. | Scenario rituale per le paraliturgie pasquali. | Centralità della narrazione della Passione. |
| Stato dell'Edificio | Distrutto e incendiato dagli Ungari. | Rifondato dai Benedettini su impulso crociato. | Rottura storica e successiva Riformulazione identitaria. |
V. Conclusione: L'Eredità della Devastazione
L’anno 902 d.C. e la conseguente distruzione della Rotonda del Santo Sepolcro da parte degli Ungari rappresentano un momento di crisi acuta e una cesura storica per la città di Bologna. Questo evento è emblematico della fragilità delle strutture urbane e politiche dell'Italia altomedievale di fronte alla violenza delle incursioni magiare, segnando un colpo durissimo sul piano religioso e culturale.4
Tuttavia, il trauma del 902 fu involontariamente un catalizzatore di cambiamento. La necessità di una ricostruzione totale, posticipata per quasi due secoli dalla crisi economica del X secolo, permise l’intervento massiccio dei monaci benedettini nel XII secolo. Questi ultimi non si limitarono a riparare il danno, ma ri-immaginarono il complesso di Santo Stefano, creando una nuova Santa Gerusalemme che rifletteva la spiritualità e le aspirazioni dell'età romanica e crociata.
Il complesso delle Sette Chiese è oggi la testimonianza palpabile di questa resilienza storica: la sua architettura attuale non rispecchia l’edificio paleocristiano originario, ma ne eredita il valore simbolico e topografico, fungendo da memoria viva del superamento del Secolo Oscuro [Original text]. L'edificio che ammiriamo è, in ultima analisi, il risultato monumentale della reazione della comunità bolognese alla ferita del 902, un simbolo di rinascita forzata che trasformò una devastazione militare in un trionfo architettonico e teologico.